Iosonouncane – Qui noi cadiamo verso il fondo gelido

In occasione della pubblicazione del suo ultimo lavoro in studio Jacopo Incani aveva decisamente spiazzato un mercato discografico, quello italiano, da tempo avviluppato in una sorta di mantello mainstream ripetitivo ed incapace, nella maggiorparte dei casi, di uscire da un’alternanza pop/trap divenuta ormai quasi inevitabile; Ira, album assolutamente composito, affatto immediato e che necessita di più ascolti per poter essere compreso e valutato a dovere, ha dimostrato quanto fosse possibile realizzare musica complessa, ma accessibile, senza rifarsi pedissequamente a modelli desueti ma neppure andando in totale sovrapposizione con gli stilemi odierni.

Il passo successivo, dagli esiti tutt’altro che scontati, è stato quello di portarla su di un palco, non soltanto in Italia, ma anche in diversi paesi europei, proponendola in contesti in cui, necessariamente, l’attenzione cede almeno in parte il passo al coinvolgimento: questa operazione, condotta nell’arco di un paio d’anni, ha generato il doppio album Qui noi cadiamo verso il fondo gelido che mette insieme date sparse fra Milano, Bruxelles, Torino, Londra, Bologna, Berlino, Siracusa, Amsterdam, Arezzo, Barcellona, ma anche località più defilate, Isola Maggiore o Calitri, a dimostrazione del fatto che dove c’è attenzione verso un soggetto musicale differente da quelli offerti dai media è possibile proporre un progetto artistico di un certo spessore.

Il primo dettaglio interessante e di non poco conto è la tracklist in cui ben undici brani, sui diciotto totali, non sono presenti nella discografia ufficiale di Iosonouncane: non mancano certo i suoi pezzi più conosciuti, NiranHajarAshesOjosPrison, tratti da Ira, oppure Tanca e Buio, provenienti da Die, ma un concerto come questo non può né deve essere considerato come una semplice sequenza di brani.

Siamo in presenza di un flusso continuo e volutamente frammentato di informazioni sonore, all’interno del quale la frequente inintelligibilità delle parole obbliga l’ascoltatore a concentrarsi sull’aspetto sonoro di un’esibizione che, tra l’altro, resta un unicum perché ad ogni data vengono apportate modifiche, sostituzioni: ciò che ne risulta è un happening musicale che, se da un lato può essere considerato una sorta di nipotino delle sperimentazioni sonore di qualche decennio fa, dall’altro ridisegna completamente la struttura di un’esibizione dal vivo odierna e la trasporta dal piano della mera riproposizione a quello, più cerebrale ma certamente più intrigante, di una vera e propria creazione sonora in continuo divenire.

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Bagliori progressivi, sperimentazione elettronica, psichedelia, sprazzi industrial e guizzi noise, addirittura musica folk mescolata all’elettronica sono solo alcune delle suggestioni che portano la proposta artistica di Incani parecchio al di là della forma canzone così come codificata sino ad oggi e, contrariamente a quanto avvenuto in passato, lo fanno senza puntare su una maggiore ampiezza, lungo cui sviluppare concetti complessi, ma puntando invece su una concisione che sfiora l’ermetismo.

Non un semplice concerto quindi, ma un vero e proprio trip, un viaggio sonoro all’interno del quale non esiste una separazione netta fra un brano e l’altro perché non avrebbe alcun senso ascoltare questi pezzi separatamente, quasi fossero una mera sequenza di singoli: siamo invece di fronte ad un continuum musicale all’interno del quale ogni passaggio è conseguenza del precedente, ma anche premessa per il successivo: la sequenza di Trombe e Bestas ne è un esempio illuminante.

Ci si cala in un contesto diametralmente opposto al canonico rito dello show così come lo si intende abitualmente, lontano dalla fruizione epidermica alla quale ci ha abituato buona parte della proposta musicale odierna: per capire ed apprezzare occorre immergersi, lasciarsi circondare dalle ondate di suoni, a tratti lancinanti, violenti, aspri, in un certo senso respingenti, in altri momenti avvolgenti, coinvolgenti, una sorta di mantra che rimanda a riti sciamanici, ad una spiritualità sottesa, e mai esibita.

Non vanno neppure sottovalutate l’attitudine all’improvvisazione e la propensione alla rielaborazione sonora che nascono spontaneamente durante l’esibizione stessa e basate su semplici canovacci che fungono da traccia su cui operare in base alle sensazioni del momento: lo schema, fatte le ovvie e debite proporzioni, trae spunto dall’approccio che potrebbe avere un dj laddove decida di proporre sequenze musicali continue, creando un percorso che, ciclicamente, utilizzi nuove voci e differenti colorazioni sonore.

L’esito finale è un lavoro che, per certi versi, si potrebbe definire estremo proprio perché del tutto privo di qualsiasi mediazione dettata dalla volontà di venire incontro all’ascoltatore, per cui ciò che si verifica è esattamente il percorso contrario: è l’ascoltatore stesso che, qualora decida di accettare questa sfida, accetta contemporaneamente di lasciarsi andare, di calarsi nei meandri di un’esperienza sensoriale totalizzante all’interno della quale la musica risulta essere più il vettore che il vero obbiettivo finale, e dunque il viaggio e non la meta.

Siamo ovviamente distanti anni luce dalle proposte musicali mainstream, non solo dal punto di vista strettamente sonoro ma anche e soprattutto da quello dell’intenzione, dell’approccio e del livello di coinvolgimento emotivo: mentre in altri contesti ci si limita a cavalcare l’onda emozionale, qui ci si immerge letteralmente all’interno di un magma sonoro che, in alcuni passaggi, richiama i Tangerine Dream, i Can, ma anche i più recenti Einstürzende Neubauten, in un gioco di rimandi fra passato e presente che può, contemporaneamente, spiazzare ed attrarre l’ascoltatore.

E’ da album come questo che transita, oggi più che mai, la differenza fra il mero sentire e l’ascoltare musica e, come sempre, la scelta viene lasciata nelle mani del pubblico, e dipende esclusivamente dal livello di coinvolgimento e, se vogliamo spingerci oltre, di impegno, che egli stesso decide di porre in essere.

(Rca/Numero Uno/Sony Music, 2023)

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