Iosonouncane – Ira

(Andrea Romeo)

Più d’un critico ha gridato al miracolo perché, se è vero che di album sorprendenti ne sono usciti, nel tempo, più d’uno, è un fatto che, per lo meno negli ultimi vent’anni, una proposta di questo genere, nell’ambito musicale italiano, era non solo difficilmente ipotizzabile ma soprattutto difficilmente realizzabile, ed invece…

Jacopo Incani da Buggerru, Sud Sardegna, ha messo insieme idee, capacità, coraggio e tenacia, ed il doppio album (altra operazione che, dalle nostre parti, se si escludono i live, si vede sempre meno…) IRA è certamente un risultato tanto sorprendente quanto eclatante, principalmente per la ricchezza artistica che è in grado di esprimere; un lavoro complesso, articolato, lontano dal mainstream e che forse solo con il tempo potrà essere interamente assorbito, compreso ed apprezzato.

In un periodo in cui il prodotto musicale (definizione che fa piangere il cuore, ma tant’è…) viene di “consumato” con una rapidità pari solo alla superficialità dell’ascolto, l’album di Iosonouncane è una sorta di eresia artistica, un atto volutamente eversivo, l’equivalente di un pugno battuto violentemente sul tavolo e che, se non altro per il rumore che provoca, suscita (o dovrebbe suscitare) una certa attenzione.

Album doppio, contenente diciassette pezzi che mai scendono sotto i quattro minuti, ma spesso superano i sei/sette, e che sarebbe inutile, forse controproducente, analizzare singolarmente, creando una sorta di spezzatino che ne svilirebbe la coralità.

I riferimenti artistici che, lungi dal venire nascosti, non sono un obbiettivo da raggiungere ma uno stimolo a creare senza necessità di copiare, o di ricalcare, perché da qui si parte per altre mete: i Radiohead, certo, ma anche David Sylvian, Sakamoto, certi Tangerine Dream, il cantato di Robert Wyatt, i Dead Can Dance ed il jazz sperimentale di Coltrane, mediato dalla musica maghrebina; atmosfere che vanno dal soffuso al cupo, sfiorando la psichedelia degli anni ’60, che Incani afferma di amare particolarmente; dunque una musica “per immagini”, fortemente evocativa.

Poi c’è l’aspetto strumentale che, in tale contesto, è affatto secondario: Mariagiulia Degli Amori, percussioni, chitarra acustica e voce, Serena Locci, sintetizzatore e voce, Simona Norato, pianoforte, organo, Mellotron e voce, Simone Cavina, batteria e voce, Francesco Bolognini, elettronica, sintetizzatore e voce ed infine Amedeo Perri, sintetizzatore e voce, ai quali si aggiunge Bruno Germano alla chitarra acustica, prima di tutto hanno cercato di capire dove Incani volesse andare a parare e poi lo hanno accompagnato, assecondato, stimolato, creando strutture sonora complesse che l’autore stesso rivendica in un’intervista rilasciata a Rumore, nel Maggio del 2021, quando afferma: “Ira’ è certamente una ferma rivendicazione di complessità”.

Un tale approccio chiarisce l’intento di questo lavoro, che non è affatto quello di blandire l’ascoltatore (ri)proponendogli suoni conosciuti o riferimenti musicali elementari di facile comprensione: qui si cerca di andare oltre, si invita ad intraprendere un viaggio in cui tutto, dai suoni alle melodie alle parole, è una continua scoperta, percepibile solo superando il mero sentire, e predisponendosi invece ad ascoltare.

Le parole, allora, terzo elemento chiave di IRA, una commistione continua di arabo, spagnolo, inglese e francese ma soprattutto un modo di porgerle inusuale: intervistato dalla rivista online Limina, Incani stesso spiega: “Le parole hanno tutte un significato blindato, non c’è nulla che non sia dove debba essere per dire determinate cose. Allo stesso tempo però il processo del canto determina delle crasi, delle storpiature, e alcune parole finiscono per sembrare unicamente suono. Nel mio modo di scrivere non esiste che la melodia venga deturpata a favore del significato delle parole, quindi è un lavoro lungo quello di far convivere le due cose. Io scrivo le melodie a monte, con esse inizio subito ad appuntare delle idee sui testi, sul suono della voce, sul suono delle parole. Scrivere i testi poi, significa fare un lavoro preciso per ricomporre quel puzzle di suoni e significati sulla base della struttura delle melodie. Non sacrifico nulla dell’aspetto musicale, ma non sacrifico nulla del significato.

Va persa l’immediatezza dettata dalla chiarezza ma, in un periodo in cui il rapporto tra quantità, senso e velocità delle parole è scivolato sempre più verso la logorrea, c’è da ringraziare per essere obbligati a tornare indietro, riascoltare, provare a capire ed interpretare le parole stesse, riappropriandosi del senso, del suono e della loro misura.

IRA è molto distante dal lavoro precedente, Die, datato 2015, e lontano anni luce da La macarena su Roma, che risale al 2010, eppure è figlio di una evoluzione che là ha posto le proprie radici, dalle quali ha tratto linfa durante gli anni successivi.

Il respiro internazionale si coglie ovunque: Hiver, Ashes, Foule, Jabal, Ojos, Nuit, Prison ed Horizon, l’intero primo disco, aprono squarci su mondi differenti, destrutturando le atmosfere musicali e, di conseguenza, ridisegnando i testi: l’approccio cantautorale classico viene abbandonato, perché l’universo musicale, e gli stimoli sonori che esso comunica, sono troppo ampi per dargli un qualche senso.

Il secondo disco, già a partire da Piel, implementa questa esplorazione; in molti hanno definito questo lavoro con termini inconsueti: enorme, monumentale, immenso, colossale, ed Incani stesso lo ha definito un lavoro “… complesso, quindi politico.”

Prière, Niran, Soldiers, Fleuve, Sangre, Pètrole, Hajar e la conclusiva Cri, sviluppano il minimalismo già espresso aggiungendo ulteriori suggestioni, giustapposte e stratificate, creando strutture ancora più complesse, grazie ad un lavoro, delicato di sovrapposizione sonora che, per quanto articolata, è alla portata di chiunque sia disposto ad assorbirla, ed in un certo senso a “degustarla”.

Banalizzando si potrebbe dire che, tra una merendina confezionata ed un dolce di pasticceria c’è una grossa, abissale, difformità: se vengono mangiate di fretta, hanno entrambe più o meno lo stesso sapore, e c’è il serio rischio che la prima piaccia anche più della seconda; se invece si riesce ad assaporarle con calma, e dandosi il giusto tempo beh… la differenza allora è del tutto evidente.

(RCA Numero Uno/Sony, 2021)

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