I Shot a Man – Gunbender

(Maurizio Galli – 28 maggio 2019)

When I was just a baby/My Mama told me, “Son/Always be a good boy/Don’t ever play with guns”/But I shot a man in Reno/Just to watch him die/When I hear that whistle blowin’/I hang my head and cry […] Johnny Cash – I Shot A Man In Reno

Sarà un caso che il nome di questa band si rifà al titolo della famosa canzone di Johnny Cash? Direi proprio di no. Gli I Shot a Man nascono nell’estate 2014, da una pessima idea di Domenico De Fazio, dei suoi slide, delle sue vecchie chitarre elettriche, di legno, di ferro. Alla batteria c’è Blue Bongiorno, polistrumentista di formazione jazz che non disdegna di suonare cucchiai, sgabelli e assi per lavare i panni. Completa la formazione Manuel Peluso, che sposa il fingerpicking sulla chitarra acustica ad un’impostazione vocale a metà tra il crooner e il busker.
Il 2018 è l’anno in cui la band finalmente inizia a guadagnarsi la meritata attenzione del panorama blues italiano: vincono infatti il contest Effetto Blues, dividono il palco nientemeno con i The Animals in occasione del Torrita Blues Festival e come se non bastasse sono tra gli ospiti del main stage al raduno Blues Made in Italy.

Ed eccoci al 2019. Gunbender è il loro primo album in studio – registrato a febbraio in soli cinque giorni con cinque chitarre e usando la tecnica della presa diretta (tecnica non semplice dal punto di vista dell’artista ma in grado di restituire un’interpretazione musicale d’insieme e un groove che rimarrà unico nel tempo).

Gunbender in inglese non vuol dire nulla, è la nostra traduzione di “piega pistole” termine che abbiamo usato durante la registrazione del disco nei momenti in cui eravamo affaticati. La scelta di incidere un disco dal vivo si è rivelata davvero stancante a livello mentale e fisico e in un momento di sconforto ho esclamato “cazzo ragazzi! facciamo la musica di gente che prima di suonare piegava la pistole!” era un modo per dire “non facciamo i piagnucoloni e chiudiamo il brano”. Il termine ci ha fatto ridere e ci ha fatto pensare al gunbender come un ipotetico personaggio, un duro di quelli che durante le risse fa da paciere piegando le pistole, o una persona a cui le cose vanno particolarmente male, ma riesce comunque a cavarsela o banalmente uno bluesman che è costretto a far lavori pesanti e una vita che non gli piace per poi trovare la sua dimensione suonando. E da lì la copertina, pensata più in senso evocativo e scegliendo delle immagini che potessero sembrare iconiche, ma i significati possono essere molteplici. C’è chi ci ha letto un riferimento violento dalla presenza di una pistola, chi esattamente il contrario perché quest’ultima è piegata. a molti ricorda il giudizio universale… Domenico De Fazio

L’album contiene cinque inediti e cinque standard: I Put A Spell On You di Screamin Jay Hawkins; Killer Diller di Memphis Minnie (Big Bill Broonzy diceva di lei che suonava la chitarra come un uomo); Freight Train, il capolavoro per cui è famosa Elisabeth Cotten (a parere di chi scrive una delle leggende musicali americane); Forty Four (standard blues le cui origini risalgono alla Louisiana dei primi anni 1920) di Howlin Wolf e Terraplane Blues di Robert Johnson. C’è da dire che se nel comparto cover il trio se la cava piuttosto bene è negli inediti che sanno dare il meglio sia in termini di scrittura che di esecuzione. Giusto un paio di esempi: Gunbender, il brano che dà il nome all’album con il suo incedere marziale e coinvolgente o la sognante, a tratti quasi romantica, Evil.

Il suono di questi tre ragazzi è in una qualche misura semplice, in quanto si articola attorno alla voce, alle chitarre e alla batteria tralasciando una componente spesso essenziale: il basso. Nonostante ciò bisogna riconoscergli che riescono a far emergere dalle limacciose sonorità dei loro blues un sound decisamente ricco di dettagli in cui hanno ben saputo mettere in risalto i dialoghi tra la ritmica e il preciso, mai trasbordante, fingerpicking della chitarra.

Volevamo avere un suono essenziale, quasi incompleto, che restituisse il mondo in cui il blues è nato, quando gli strumenti erano pochi e arrugginiti, ma in mezzo a quella ferraglia riuscivano a nascere melodie così pure da diventare universali

È vero che il blues è un genere musicale che si articola “semplicemente” su una struttura metrica di dodici misure ma… ad averne di blues così ben suonati e di giovani con le idee così ben chiare! Un disco sicuramente consigliato. Alla via così.

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