Flying Colors – Third Degree

(Andrea Romeo – 17 marzo 2020)

Ogni band fa storia a sé, e questo soprattutto perché, in ogni band, i componenti provengono da situazioni musicali differenti, con stimoli, aspettative e livelli di coinvolgimento che, il più delle volte, sono una diretta conseguenza delle esperienze maturate nel passato, da quello più remoto, a quello più recente.
E ci sono band che, nate apparentemente per essere, parafrasando un noto film, “figlie di un dio minore”, in quanto i loro membri arrivano, o militano tuttora, in realtà di un certo spessore, lentamente si innalzano da questo stato di subalternità, dall’essere di fatto un’esperienza “one shot”, sino a portarsi di fatto al livello, quantomeno, di esperienze continuative, destinate ad avere quel futuro che, in origine, non era certo l’ipotesi più attendibile.

I Flying Colors rientrano a pieno titolo in questa categoria di esperienze musicali che, con il tempo, ed in certo qual modo “sgomitando”, si sono guadagnate un ruolo proprio, ma soprattutto hanno convinto i propri stessi componenti, ad offrire loro una chance di futuro.

Una band nata, per così dire, “in laboratorio”, da un’idea del produttore Peter Collins (Bon Jovi, Alice Cooper, Rush e Queensryche) che ha ipotizzato il fatto di poter unire, ad un gruppo musicalmente di estrazione rock/prog, ma con forti influenze fusion, un cantante dai trascorsi pop, così da creare una situazione artistica davvero differente dal solito.

Detto fatto: Mike Portnoy (ex-Dream Theater, ma molto altro ancora…) e Neal Morse (ex-Spock’s Beard, ed anche lui molto altro…), già peraltro partner in Transatlantic e Neal Morse Band, poi Steve Morse (Deep Purple) e Dave LaRue (Joe Satriani), colleghi in Dixie Dregs e nella Steve Morse Band, ai quali affiancare il texano Casey McPherson, talentuoso solista pop e frontman di Alpha Rev e fondatore degli Endochine.

Il rischio, altissimo, era di fatto quello di assemblare una sorta di all-star team, ma privo di un’anima e senza grossi stimoli, se non quello di non sfigurare, rispetto agli illustri colleghi, mentre l’esito, viceversa, è stato di tutt’altro tipo: utilizzando una frase, forse enfatica, ma che rende pienamente l’idea, è andato “al di là di ogni previsione”. Perché la scintilla è scattata, la chimica si è prodotta, ed i cinque musicisti hanno capito che, probabilmente, in questo progetto valeva la pena di investire tempo ed energie.

Come capita spesso, anzi sempre, in ambito musicale, il primo album incuriosisce, perché la band è una novità e dunque lo è anche il suo primo lavoro, mentre il secondo album è quello, diciamo così, interlocutorio, perché non è dato sapere se sarà una conferma, oppure no, rispetto al debutto.

Il terzo album, nello specifico Third Degree, è certamente quello più rischioso, perchè è quello che deve rispondere a più quesiti: confermare, e perché no migliorare, quanto di buono c’è stato prima, far dimenticare eventuali scivolate precedenti, spingersi un passo oltre, ed offrire agli ascoltatori ulteriori motivi di interesse.

In un ambito musicale come quello del prog-rock, seppur venato di pop e fusion, come quello all’interno del quale si muovono i Flying Colors, rischiare di ripetersi è frequente, adagiarsi sul “già fatto” anche di più ed in questi casi, soprattutto gli appassionati, non perdonano l’autocelebrazione, soprattutto quando proviene da musicisti verso i quali si ha una stima quasi incondizionata. Ma la chitarra di Steve Morse mescola sapientemente le sue attitudini rock con le sue radici fusion, Dave LaRue crea linee di basso funzionali ed articolate, non disdegnando passaggi più elaborati laddove il brano lo richieda, Neal Morse ripesca il suo essere, in origine, tastierista e chitarrista acustico a tutto tondo, senza mai essere troppo enfatico, Mike Portnoy, libero da necessità virtuosistiche, suona, verrebbe da dire, con serenità, decidendo di volta in volta se inserire o meno i suoi tipici fill di batteria, Casey McPherson, grazie ad un tappeto musicale di questo livello, si muove in scioltezza e dà libero sfogo alle sue capacità interpretative.

Third Degree è quindi un album variegato, che offre numerosi spunti di interesse e che si muove attraverso svariati ambiti musicali: si passa dal brano più smaccatamente rock, The Loss Inside, alle ballad più classiche, Cadence, con uno sfumato sapore Yes, o la più “epica” e “sinfonica” The Last Train Home, al pezzo più prog, Guardian, ricco di cambi di tempo e di brevi inserti solisti.

La band è, come dire, sempre sul pezzo, capace di interpretare il feeling della canzone con timbri e soluzioni adeguate, prendendosi anche spazi strumentali, ma sempre senza strafare, grazie ad una tecnica e ad un gusto davvero superiori.

Fossimo si fronte ad una band “giovane”, si potrebbe parlare di questo lavoro come dell’album della “maturità artistica” ma, al cospetto di musicisti ampiamente navigati, si può solo affermare che si, questo progetto ha gambe, testa e cuore per proseguire, e questo perché, anche se nei ritagli di tempo, musicisti del genere riescono a stupire, a divertirsi ed a divertire, restando creativi ad onta della mole di musica che riescono a produrre.

A questi livelli, non è davvero cosa da poco.

(Music Theories Recordings/Mascot, 2019)

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