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Eddie Van Halen: “The six strings of a flying dutchman”

(Andrea Romeo)

Era il 23 settembre del 1966 quando, Jimi Hendrix, prese in prestito 40 dollari e si imbarcò su un aereo per Londra dove arrivò, da illustre (quasi) sconosciuto, da dove ripartì poco meno di un anno dopo, acclamato come una star, e dove ritornò ancora nel mese di luglio del 1968.
Nel frattempo, uno stuolo di musicisti tra cui parecchi già noti, dopo averlo visto, si interrogarono sul loro approccio alla musica, al proprio strumento, assorbendo quasi inconsciamente tutta una serie di input che, un artista così carismatico, elargiva spontaneamente: a chi lo vide dal vivo, cambiò artisticamente la vita.

Quattro anni prima, Jan Van Halen, sassofonista e clarinettista jazz di Amsterdam, la moglie Eugenia Van Beers ed i due figli Alexander Arthur ed Edward Lodewijk, si trasferiscono negli Stati Uniti, a Pasadena.

Due le passioni che accendono i ragazzi, il calcio e la musica, ma la seconda prende rapidamente il sopravvento: Eddie suona la batteria, Alex invece la chitarra, tuttavia al momento di formare il loro primo gruppo, i ruoli si invertono, e la storia inizia a mettere i primi tasselli.

La band che, a partire dal 1974, porta il loro nome, si impone nell’ambito della scena musicale di Los Angeles, grazie agli spettacoli in noti locali come il Whisky a Go Go, ed in quel contesto avvengono un paio di incontri, decisivi, che la catapulteranno nel gotha del rock mondiale: prima incrociano, e fanno salire a bordo, il roccioso bassista Michael Anthony e l’istrionico cantante David Lee Roth, poi incontrano colui che si può definire davvero l’uomo del destino, ovvero quel Ted Templeman, già produttore dei Doobie Brothers, che li porterà alla Warner Bros. Records, offrendo loro il primo contratto discografico, e che li farà esordire con l’ormai leggendario Van Halen (One) album che, ad oggi, e ad oltre quarant’anni dall’uscita, datata 1978, viaggia intorno ai quindici milioni di copie vendute in tutto il mondo.

Come fu per Hendrix, dieci anni prima, per il mondo del rock fu uno shock pressochè totale: non c’erano gli smartphone, internet, i social network, Youtube, i video cosicchè, sia per gli addetti ai lavori che per gli appassionati, quell’eruzione di suoni fu qualcosa di inaudito, e di mai sentito: che cosa faceva, con la chitarra, quel folletto, ma soprattutto… come lo faceva?

Il mondo del rock è ricco di grandi personalità, di artisti che hanno toccato, in varie epoche, le corde più intime di milioni di fans ma, fra di essi, non molti hanno cambiato, radicalmente, le regole del gioco: Hendrix, si diceva, ma anche un meno conosciuto dalle folle Allan Holdsworth, ed appunto Eddie Van Halen, sono fra coloro per i quali si può ragionevolmente affermare che sia esistito un modo di suonare “prima di loro” ed un altro modo di suonare, “dopo di loro”.

Van Halen ha ridisegnato l’approccio alla chitarra rock, e lo ha fatto in maniera più profonda di quanto non venga generalmente messo in risalto: certo, inevitabile citare il “tapping”, quella tecnica già approcciata da Steve Hackett (nello specifico all’interno del brano Dancing with the Moonlit Knight…) solo pochi anni prima, ma da lui elevata ad un livello decisamente superiore per velocità e creatività, e che andava ampiamente oltre il tradizionale “legato”, e poi gli armonici, velocissimi, e la leva del vibrato, tutte scelte abbinate a soluzioni sonore talmente peculiari da essere riconoscibili al primissimo ascolto.

Tutto ciò però, non lo fece solamente in ambito rock, ma anche in altri contesti: oltre al celeberrimo assolo, contenuto nel brano Thriller, di Michael Jackson, vale la pena di ascoltare anche l’inaspettata Can’t Get Away From You, di Nicolette Larson, e non è ancora finita: il chitarrista olandese ridefinì anche, ed assai profondamente, il concetto di chitarra ritmica, allontanandosi da quell’approccio, diciamo così, quadrato e granitico, tipico di quei riffs, ormai divenuti “canonici” elaborati durante gli anni ’70, ed inserendo svisate inaspettate e di derivazione quasi pianistica, quel suonare “a due mani” che divenne il suo marchio di fabbrica.

Ciò che, facendo un parallelo architettonico, era stato sinora un capitello dorico, era diventato un capitello corinzio.

Un approccio alla chitarra, quindi, radicalmente differente da quanto sentito fino ad allora, ma le novità non erano certo terminate: fu il primo, o comunque tra i primi, a modificare pesantemente i suoi strumenti ed i suoi amplificatori tant’è che, molti dei suoni che imperverseranno dagli anni ’80 in poi, si devono a queste sue estemporanee esplosioni creative: a proposito di questa sua predilezione per quella che, anni dopo, verrà definita “customizzazione”, in un’intervista affermava: “Non me l’ha insegnato nessuno, ho imparato da solo a forza di fare errori… Ho rovinato un bel po’ di belle chitarre, ma ora so esattamente che cosa fare, per ottenere i risultati che voglio. Odio le chitarre come escono dal negozio…

Come detto non fu il primo, certamente, ma di chitarre come la sua leggendaria “Frankenstrat”, negli anni precedenti, se ne erano viste in giro ben poche, forse nessuna, considerando che venne costruita da lui stesso partendo dal body di una Charvel, abbinato ad un manico da pochi dollari, su cui aveva montato un humbucker dal suono più grosso, di solito utilizzato sulle Gibson come la Les Paul.

Nel 1978, sempre intervistato dalla rivista Guitar Player, disse: “Ho fatto un sacco di esperimenti… Se avvicini il pickup al ponte il suono diventa più acuto, se lo allontani troppo ottieni un suono inadatto al ritmo. A me piace verso il fondo, il suono diventa affilato e pungente.

Oltre a realizzare questi “esperimenti”, diciamo così, “home made”, lavorò intensamente con il chitarrista Floyd Rose, intorno ad una leva del tremolo che mantenesse l’intonazione, oggi divenuta uno standard.

In sintesi, tutta una serie di innovazioni, che oggi vengono date per acquisite, scontate, ma che prima non erano mai state neppure ipotizzate.

Un altro aspetto, forse sottovalutato, era il fatto che Eddie, insieme alla band, aveva reso divertente, allegro, spensierato il rock, realizzando musica, assolutamente dura, che potevi non solo ascoltare, ma anche ballare, andando oltre la seriosità, monolitica, dell’hard-rock settantiano: per molti, soprattutto per i puristi più intransigenti, quell’irriverenza fu una sorta di oltraggio, un atto di lesa maestà verso un genere musicale che, fino ad allora, si era sempre preso molto sul serio.

Per le folle che riempivano stadi e palazzetti, divenne invece un rito collettivo vissuto all’insegna del divertimento, e che amplificava oltremodo il concetto di show, offrendo musica da sentire, vedere ma che “faceva muovere”; se i Led Zeppelin avevano creato, nella loro grandiosità, una sorta di liturgia durante i loro concerti, liturgia nella quale Page e Plant erano i “sacerdoti” deputati ad officiarla, i Van Halen dissacrarono tutto ciò, per cui il chitarrista, ed i due cantanti David Lee Roth e Sammy Hagar, che lo sostituì, divennero gli “animatori” iconoclasti di un rito che spingeva più verso l’entusiasmo che verso l’adorazione nei confronti della rock star.

La lista dei chitarristi che, direttamente o indirettamente, debbono qualcosa al genio, ed alla follia, di Eddie Van Halen è lunghissima, e travalica i generi musicali.

In moltissimi, negli anni successivi, hanno modificato il loro modo di suonare utilizzando, e poi sviluppando ulteriormente, quelle tecniche, quei fraseggi, quei suoni. Non soltanto il metal moderno, in tutte le sue varie e numerose espressioni, e lo stesso prog-metal, hanno un enorme debito di riconoscenza verso colui che ha, di fatto, aperto loro una strada, ma anche molti chitarristi, appartenenti a generi anche radicalmente differenti che, più o meno spesso, utilizzano anche solo in parte quelle tecniche e quell’approccio allo strumento.

Con la morte di Eddie Van Halen, oltre ad andarsene un uomo che, on stage, sprizzava simpatia ed allegria in quantità industriali, se ne va un musicista che ha decisamente cambiato, ed in maniera significativa, la storia della chitarra e della musica rock e, per gli appassionati, colui che è diventato, quasi inconsapevolmente, l’icona stessa del guitar-hero moderno.

Per chi, adolescente alla fine degli anni ’70, iniziava a mettere insieme le prime band, ed a suonare con gli amici, sognando di diventare davvero, hai visto mai, una rock star, se ne va un chitarrista che ha acceso, ed illuminato con un bagliore inatteso e folgorante, la passione musicale di molti, diventando nel contempo una sorta di montagna, impervia, da scalare, ma anche un esempio che ha fornito stimoli importanti, ed alimentato una passione mai più sopita.

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