Eagles – Live from The Forum – MMXVIII

(Andrea Romeo)

Se dovessero istituire il premio per il gruppo meno “empatico” transitato nello show business mondiale, gli Eagles concorrerebbero sicuramente per le posizioni di vertice perché raramente una band è stata un coacervo così ribollente di contraddizioni, ripicche, litigi, compromessi, incoerenze e contrasti, umani prima ancora che artistici. Neppure la scomparsa di Glenn Frey, co-fondatore, cantante, chitarrista, tastierista e compositore della band, avvenuta nel 2016, è riuscita a placare questa sorta di continua inquietudine anzi, ha rinfocolato polemiche figlie di scelte spesso assai discutibili.

Ma andiamo con ordine, partendo da ciò che, tutto sommato, non si può certo mettere in discussione, ovvero la scaletta di questo doppio album dal vivo, registrato durante tre serate al Forum di Inglewood nel settembre del 2018; di fatto, e non poteva essere altrimenti, è un greatest hits che contiene quasi una trentina di brani: tutti quelli che “non-si-potevano-non-fare”, tutti quelli che il pubblico si aspettava e che, chi era presente, era andato lì per ascoltare.

Nulla da dire neppure riguardo all’esecuzione dei brani stessi che al netto del fatto di essere, almeno in certi passaggi, fin troppo fedele alle versioni originali, risulta tecnicamente e musicalmente ineccepibile; ciò che manca, casomai, è il pathos, l’emozione, laddove si ha la netta impressione che la band, inclusi i nuovi elementi, reciti un copione ormai mandato a memoria, privo di guizzi o di trovate musicali, se non innovative, per lo meno stimolanti.

Veniamo quindi alle contraddizioni, davvero tante: la band aveva affermato di voler chiudere la propria carriera, subito dopo la morte di Frey, salvo poi tornare rapidamente sui propri passi; a quel punto la maggiorparte dei fans aveva pensato che, di fronte ad un fatto umanamente così toccante, fosse possibile che i membri storici seppellissero una volta per tutte l’ascia di guerra richiamando, ad esempio, Bernie Leadon o Don Felder onde ricostituire una line-up il più possibile fedele all’originale: nulla di tutto ciò è avvenuto, tutt’altro.

LAS VEGAS, NEVADA – SEPTEMBER 27: Timothy B. Schmit (L) and Don Henley of the Eagles perform at MGM Grand Garden Arena on September 27, 2019 in Las Vegas, Nevada. (Photo by Ethan Miller/Getty Images)

L’inserimento di Vince Gill, cantante e polistrumentista country assai conosciuto negli States, e comunque assai valido musicalmente, è stata una scelta sicura, ma conservativa e tutto sommato tranquillizzante, anche in un’ottica di equilibri personali interni; l’ingresso di Deacon Frey invece, figlio di cotanto padre, è per certi versi ancora più discutibile e si presta a numerose critiche malgrado, in un’intervista radiofonica rilasciata nel 2017, il leader degli Eagles Don Henley avesse affermato: “E’ un musicista molto talentuoso e sembra adatto a quel ruolo – aveva dichiarato Henley – è entusiasta e sta lavorando sodo, con noi e per noi. Mi sembra appropriato“.

Ad oggi, non avendo ancora messo in cantiere nuovi brani insieme ai due nuovi arrivati, l’operazione è parsa, ai più, come un gesto cosmetico, finalizzato a reiterare una storia che, dagli anni ’80 sino ad oggi, ha messo in fila una serie infinita di pause, fermate, ripartenze, “arricchite” da una raffica di abbandoni, ritorni e sostituzioni da cui si sono salvati unicamente lo stesso Henley, Joe Walsh e Timothy B. Schmit.

Per essere chiari, Live from The Forum – MMXVIII, pubblicato in doppio cd e dvd, non aggiunge davvero nulla alla storia degli Eagles, e ciò pare evidente quanto incontestabile: Gill si è sicuramente ben inserito, esegue anche un brano del proprio repertorio, ma non incide, per lo meno al momento, in maniera rilevante. Stesso discorso per Frey, chiaramente troppo compresso dalla figura paterna e che, anche nei brani in cui si esibisce come solista, non pare avere ancora né il carisma nè l’impatto del genitore, specie in un contesto in cui, la ritrosia nello stare un passo indietro o addirittura l’esporsi il meno possibile, non risulta certo un fattore positivo.
Una band, anzi, tre membri storici, il figlio di un quarto membro storico, ed un gruppo di turnisti che cantano e suonano come grandi professionisti quali in effetti sono ma che, come detto, sembrano interpretare un copione già scritto.

Questo album non è certamente dedicato agli appassionati della band, ma è un “prodotto” indirizzato a chi era lì durante i concerti e desidera portarsi a casa un memorabilia di quelle serate, ai completisti, per i quali qualsiasi uscita discografica è inevitabilmente “da avere”, magari a qualche nuovo fan che, andando poi a ritroso, scoprirà certamente cose migliori. Soprattutto pare un doppio album che gli Eagles targati 2020 dedicano a sé stessi, una sorta di “We’re still here”, siamo ancora qui, volto ad esorcizzare gli anni passati, molti, ed i prossimi durante i quali questo insieme di artisti conta di navigare, seppur necessariamente a vista, finchè sarà possibile.

Se questa formazione produrrà nuova musica, coinvolgendo magari i nuovi entrati, allora sarà possibile ipotizzare un futuro, per lo meno prossimo, per questa leggenda vivente del rock mondiale; qualora ciò non succeda o, per lo meno, nel caso in cui i nuovi innesti non offrano un contributo rilevante in fase di scrittura, il rischio più evidente è che gli Eagles diventino, come hanno fatto altri gruppi, una sorta di cover-band di sé stessi, inanellando raffiche di concerti in cui riproporre all’infinito un repertorio che ha ormai quarant’anni di vita, e di farlo in maniera assolutamente conservativa, senza mai prendersi il rischio di azzardare qualcosa di differente.

Che i membri storici siano, in un certo senso, gelosi del “proprio giocattolo”, è un fatto del tutto palese e, rendere attivamente partecipi i nuovi elementi, è gesto difficile per chi ha sempre mostrato una notevole rigidità caratteriale; sarebbe tuttavia l’unico modo per dare nuova linfa ad un albero che ormai fatica a produrre nuovi germogli.

(Rhino Records, 2020)

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