Diamond Head – Lightning to the Nations: The White Album

(Andrea Romeo)

Friday, July 8, 2011, Sonisphere Festival, Knebworth House, England: eighty thousand people are watching Metallica… close to James Hetfield a blond-haired figure brandishing an iconic white Flying V… this is Brian Tatler, guitarist and founder of legendary British band Diamond Head… before playing Am I Evil, drummer Lars Ulrich has something to say: “You see that guy? If it wasn’t for Brian Tatler, there’s a pretty good none of us would be here tonight…”
Without Diamond Head, and Lightning to the Nations, there would have been no Metallica… without Metallica modern metal would be a very different place.

Per comprendere l’importanza dei Diamond Head, e del loro debut album Lightning to the Nations, è sufficiente leggere queste righe contenute nel booklet che accompagna la riedizione di un lavoro che occupa a buon diritto un posto di primo piano nella NWOBHM, ma rappresenta anche un pilastro sui cui poggia l’intera struttura dell’heavy metal moderno.

Facciamo qualche passo indietro tornando a Stourbridge, Inghilterra, 1976, quando il chitarrista Brian Tatler, il batterista Duncan Scott ed il cantante Sean Harris, conosciutisi sui banchi di scuola, iniziarono a suonare insieme e, dopo un paio d’anni, e varie audizioni, trovarono il bassista giusto, Colin Kimberley: iniziarono a scrivere brani, tra cui il singolo, Shoot Out the Light, cui seguì il loro primo album, Lightning to the Nations, pubblicato in sole 1.000 copie dall’etichetta Happy Face Records; solo dopo l’uscita dei due album successivi, la MCA li mise sotto contratto, ma il sasso era stato lanciato ed a raccoglierlo furono proprio i Metallica che salvarono letteralmente dall’oblio questo lavoro, riproponendo nei loro show The Prince, Sucking My Love, Am I Evil, It’s Electric ed Helpless, cinque brani della tracklist originale.

Riascoltato a distanza di quarant’anni, mantiene intatto il fascino di un periodo in cui molte band metal iniziavano a muovere i loro primi passi, all’interno di un calderone creativo da cui alcuni uscirono vincenti, avviandosi verso lunghe e prestigiose carriere, altri furono invece fuochi di paglia, tanto intensi e luminosi quanto destinati a bruciarsi presto: i Diamond Head faranno parte, inevitabilmente, di quest’ultimo gruppo. Spontanei, legati ad una produzione non certo cristallina ma anche creativi ed innovatori, i quattro realizzarono un album che viene a tutt’oggi considerato una sorta di monumento dai fans di mezzo mondo.

Am I Evil, si diceva, e vale la pena di partire da questo brano per analizzare l’intero lavoro: un inizio quasi sinfonico, un break secco ed ecco apparire le radici del suono che avrebbe caratterizzato il trash metal dei Metallica, ma non solo: i caratteristici riff di chitarra, la ritmica spezzata, il cantato molto peculiare, sono esattamente gli elementi che giustificano in pieno le parole pronunciate da Lars Ulrich.

Riprendendo dall’inizio, la title-track Lightning to the Nations paga il suo tributo a band come i Thin Lizzy, aggiungendovi un tocco assimilabile al doom che muoveva i primi passi mentre la successiva The Prince è un gioiello di speed metal ante-litteram in cui il tandem Scott/Kimberley si produce in una cavalcata ritmica notevole.

Sucking My Love è invece di estrazione più hard-rock, riff quadrati, monolitici, antesignani dello stile che i Metallica svilupperanno in modo significativo: i punti di contatto con Jump in the Fire o Seek & Destroy sono del tutto evidenti, ed non casuali.

Detto di Am I Evil, la successiva Sweet and Innocent ripropone un approccio assimilabile a quello di Phil Lynott e soci, con una certa predilezione per veloci cavalcate interrotte da improvvisi break, ed anche It’s Electric si muove su territori simili, poggiando sul riffing aggressivo di Tatler e su un’indiavolata sezione ritmica che si ripete anche nella conclusiva Helpless prossima a quello speed metal che, dei Saxon, sarà vero e proprio marchio di fabbrica.

Il secondo disco raccoglie sette brani, usciti come singoli e su EP nel periodo appena successivo e rappresenta un’interessante compendio all’album: i brani, registrati dopo il 1979, risultano più legati ad un hard-rock di stampo settantiano, a partire da Shoot Out the Light, proseguendo con una Streets of Gold, decisamente priestiana e con la successiva Waited too Long, dall’intro acustica vagamente sabbathiana, che si sviluppa poi con inaspettate sonorità quasi AOR.

Si torna verso il metal classico grazie a Play It Loud, anticipatrice di una costruzione dei riff chitarristici di cui Tatler può, a buon diritto, essere annoverato tra i precursori, così come Diamond Lights, che si muove lungo le medesime coordinate; da notare come anche la voce di Sean Harris sia, a suo modo, anticipatrice di un approccio vocale al metal che, negli anni successivi, si evolverà in maniera sensibile.

We Won’t Be Back è forse il brano più sabbathiano del lotto, richiamando molto da vicino Paranoid, grazie ad una ritmica martellante, ed ipnotica; l’ultimo singolo, Don’t Go, introdotto dal basso effettato di Kimberley, spinge verso atmosfere oscure, cui non è estranea la notevole prestazione del bassista ed al suo timbro profondo e cupo.

Lightning to the Nations: The White Album rappresenta il classico lavoro “one shot”, il debutto che riesce ad esprimere il meglio di una band incapace poi di ripetersi sui medesimi livelli: i due album successivi Borrowed Time, 1982 e Canterbury, 1983, pur issandosi rispettivamente al n° 24 ed al n° 32 delle charts inglesi, non lasceranno tracce rilevanti nel lungo periodo, così come i cinque album successivi, realizzati dal 1993 al 2019 con lineup completamente differenti, in cui il solo Tatler sarà presente quale membro originario; la riedizione dell’album, inoltre, pubblicata in occasione del quarantennale, vedrà pubblico e critica concordi nel considerarla una pessima idea: la storia, in quanto tale, soprattutto quando raggiunge determinati livelli, probabilmente non andrebbe proprio mai toccata.

(Cherry Red/HNE Recordings, 2016)

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