Deep Purple – Burn

(Andrea Romeo – 13 luglio 2020)

Correva l’anno domini 1973 quando la fondamentale, e che a breve sarebbe  divenuta leggendaria, formazione MKII dei Deep Purple, band nata ad Hertford nel febbraio del 1968 con il nome di Roundabout, si stava avviando a perdere per strada due pezzi da novanta: il cantante Ian Gillan, prostrato dai continui contrasti con quel personaggino, da maneggiare con estrema cautela, che rispondeva al nome di Ritchie Blackmore, decise di averne avuto abbastanza, e mollò la compagnia; il bassista Roger Glover invece, di lì a poco tempo venne invece “cortesemente” messo alla porta.
Una situazione dunque quantomeno imbarazzante, considerando che il gruppo proveniva da una serie di album, oggi divenuti storici, quali In Rock, Fireball, Machine Head, ed il doppio live Made in Japan, seguito a breve distanza da Who Do We Think We Are, ma una situazione che andava risolta, e risolta davvero in tempi brevi; e le soluzioni furono tutt’altro che scontate.

Glenn Hughes, cantante e bassista, venne “prelevato” dalla band britannica dei Trapeze, che aveva avuto ottimi riscontri, soprattutto negli Stati Uniti, negli anni precedenti, mentre il vocalist David Coverdale venne letteralmente pescato, in un pub, dal batterista Ian Paice, (oppure fu contattato grazie ad un annuncio sulla rivista Melody Maker, secondo una differente, e forse meno poetica, versione della vicenda…) dopo una serie di audizioni risultate infruttuose… Due voci potenti a disposizione, ma soprattutto due voci estremamente differenti: una, acuta e ficcante, quella di Hughes, l’altra più scura, intensa e profonda, quella di Coverdale, cui si affiancava anche un basso che avrebbe mostrato, di lì a poco, interessanti influenze funk, decisamente differenti, rispetto allo stile al quale i Purple avevano abituato la loro audience.

Che la band potesse riprendersi, dopo questo scossone non da poco, e che soprattutto potesse riprendere a mietere successi, era in assoluto un enorme punto interrogativo; ogni dubbio venne però fugato nel giro di un anno, ovvero nel momento in cui, le puntine dei giradischi di mezzo mondo, iniziarono a captare l’intro del brano che, oltre a dare il titolo al nuovo album, lo apriva, con una furia ed una vivacità dirompenti.

Burn inaugurò la formazione MKIII dei Deep Purple ma soprattutto, grazie ad una vera e propria sferzata di energia, li catapultò nella seconda metà degli anni settanta, con un approccio musicale e compositivo innovativo, differente da quanto avevano realizzato sino a quel momento, ed estremamente proiettato verso il futuro.
Le diatribe riguardanti il valore delle varie formazioni della band proseguono, tra gli appassionati, ancora oggi, ma probabilmente non vale la pena di farne menzione, essendo più che altro materia per appassionati di strettissima osservanza: resta il fatto che Burn è, a distanza di quarantasei anni dalla sua uscita, un album che si può ragionevolmente annoverare fra quelli “leggendari”, prodotti dal gruppo.

La titletrack divenne subito uno dei brani più amati dai fans (che peraltro dovettero rinunciare ad ascoltarla quando Gillan, rientrato nella band, riformatasi nel 1984, decise di non volerla cantare…), ma ci furono altri tre brani che diedero un’impronta importante all’intero lavoro: in primis Might Just Take Your Life, dominata sin dall’inizio dall’Hammond di Jon Lord, cui fa seguito la movimentata e dinamica You Fool No One, forse il brano che dava maggiormente l’idea di dove, il gruppo, potesse andare a parare, grazie anche alle venature funk proposte dalle linee di basso di Hughes, ed infine un altro brano, profondamente “black”, messo in cantiere da Blackmore ai tempi di Machine Head, ma considerato poco adatto alle voce di Gillan, troppo acuta (all’epoca) ed incapace di far risaltare la componente “scura” che, il chitarrista, aveva fin da principio ritenuto essenziale per poterlo presentare. Ripresa dal chitarrista, e completata grazie al testo realizzato dal neoarrivato Coverdale, Mistreated è rimasta nella scaletta live fino alla fine del 1975 e, dopo lo scioglimento del gruppo, David Coverdale ha continuato a suonarla dal vivo con i suoi Whitesnake. Anche Ritchie Blackmore ha eseguito spesso il brano durante le sue esibizioni con i Rainbow, mentre Glenn Hughes la suona, tuttora, sia come solista che con i Black Country Communion.
Non va sottovalutata neppure Lay Down, Stay Down, anch’essa ricca di componenti funk, e nella quale le voci di Coverdale e Hughes si intersecano alla perfezione, sostenuti da un brillante riff di chitarra e dalla incalzante batteria di Paice.

L’album fu decisamente un successo, sia in Europa che oltre oceano, e superò di slancio i dubbi che, i fans più ortodossi, avevano manifestato con riguardo a questo nuovo corso musicale; da lì in poi l’avventura della band proseguì lungo un percorso assai accidentato che, ulteriori defezioni, e la morte di Tommy Bolin, chitarrista subentrato a Blackmore nel 1975, condusse il gruppo all’inevitabile scioglimento, nel 1977.

Ma Burn resterà, per sempre, il marchio di fabbrica della formazione MKIII, un album che rappresenta l’inizio di un possibile ciclo, di un discorso musicale che, purtroppo, non venne poi mai sviluppato, ma che avrebbe potuto condurre i Deep Purple ad attraversare gli anni ottanta con diverse, e forse migliori, frecce al loro arco.

Riascoltato oggi, dimostra di essere invecchiato benissimo tant’è che, quando le note del brano che ne porta il titolo, fuoriescono dalle casse, o dalle cuffie, l’energia sprigionata non mostra affatto i segni del tempo.

(Purple Records/EMI, 1974)

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