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Culpeper’s Orchard – Mountain Music-The Polydor Recordings, 1970-1973

(Andrea Romeo)

Questa volta si fa dell’investigazione anzi, meglio ancora, un’operazione di vera e propria archeologia musicale perché, una band come i Culpeper’s Orchard,non è definibile semplicemente come “di nicchia” quanto piuttosto come un gioiellino disperso nella sabbia considerando, ad esempio la loro provenienza, perché la Danimarca, dove si formarono nel 1969, all’epoca non era certamente uno dei paesi più all’avanguardia, nell’ambito della musica rock.

Cy Nicklin, voce e chitarra, Neils Henriksen, chitarra, pianoforte, cori, Michael Friis, basso, organo e Rodger Barker, batteria avevano ottenuto un notevole successo grazie alle loro esibizioni dal vivo, e questo sin dal periodo immediatamente successivo alla loro nascita per cui, il fatto di pubblicare il loro album di debutto nel 1971 fu un passo tanto ovvio quanto in un certo senso doveroso.

Culpeper’s Orchard uscito infatti in quell’anno, divenne subito un piccolo caso perché, sulla scia delle loro ottime performance live, il mix di hard rock, rock progressivo, psichedelia, con in aggiunta qualche spruzzata di folk e di country, proposto dal quartetto ebbe realmente notevoli e positivi riscontri.

Mountain Music Part 1 insieme al suo prosieguo, Mountain Music Part 2, ad esempio, che sono la seconda e la nona traccia di questo debut album, si possono ragionevolmente considerare una sorta di manifesto programmatico, decisamente chiaro, su ciò che avevano in animo di fare.

La band fece immediatamente proprio il concetto per cui sia meglio “battere il ferro finchè è caldo” cosicchè non passò neppure un anno ed il quartetto danese, in cui nel frattempo Ken Gudman aveva preso il posto di Barker alla batteria, licenziò il secondo lavoro, Second Sight, registrato al Rosenberg Studio di Copenhagen.

Il sound complessivo di questo secondo lavoro si discostava da quello del primo accentuando l’aspetto strumentale tendente al folk, per cui la band modificò il proprio stile che, inizialmente, faceva riferimento a C.S.N&Y. per quanto riguardava gli incroci vocali, ed a band sicuramente più hard rock come i Led Zeppelin o gli stessi Jethro Tull, per ciò che concerne l’approccio musicale; alcuni critici li accostarono quindi, per talune scelte stilistiche, ai Beatles e nello specifico a quelli della fase più matura della carriera.

Sempre nel 1972, anno di grandi mutamenti evidentemente, la band cambiò radicalmente pelle, ma soprattutto elementi: fuori Henriksen, alle chitarre subentrò Neils Vangkilde, via Gudman, la batteria venne presa in carico da Tom McEwan; oltre a ciò, il quartetto divenne un quintetto perché venne ufficializzato l’ingresso di Nils Tuxen a pedal steel guitar e voce.

Con questa formazione i Culpeper’s Orchard si misero immediatamente al lavoro e, prima della fine dell’anno, realizzarono il loro terzo album, Going for a Song confermandosi band, potenzialmente, di livello internazionale, considerando anche l’elevato livello tecnico dei musicisti che erano stati coinvolti nel progetto, in appena tre anni di attività artistica.

Questa ristampa, pubblicata da un’etichetta, l’Esoteric, che da diversi sta letteralmente “dragando” il sottobosco della musica rock, con particolare riferimento agli anni ’60 e ’70, recuperando spesso, ed assai meritoriamente, gruppi che si erano ormai persi nella memoria, aggiunge ai tre album già citati, un paio di brani pubblicati come singoli, nel 1971 e nel 1972, ed un altro paio di pezzi registrati dal vivo e pubblicati, nel 1973, all’interno della compilation rock norvegese Ragnarock ’73, dopodichè si ferma qui.

La storia dei Culpeper’s Orchard tuttavia non farà ancora molta strada: nel 1976 cambiarono nome, divenendo Culpeper, si imbarcarono in un lunghissimo tour mutando per l’ennesima volta formazione, ma soprattutto “pelle”: Thomas Puggaard-Müller sostituì Vangkilde e Tuxen occupandosi da solo di chitarre e pedal steel guitar, mentre Gary Nicklin e Stig Kreutzfeldt vennero inseriti nell’organico come coristi.

Lo stile cambiò ancora una volta in maniera veramente radicale, avvicinandosi decisamente al jazz-rock e questa mutazione si può chiaramente avvertire nel quarto album, pubblicato nel 1977, ed intitolato All Dressed up and Nowhere to Go che rappresentò tuttavia anche il canto del cigno per questa formazione che, proprio a quel punto, era stata considerata insieme ai Made in Sweden, gruppo svedese che svolse la propria attività più o meno negli stessi anni della band danese, ai vertici del jazz-rock scandinavo.

Culpeper’s Orchard. Nils Henriksen, Michael Friis, Cy Nicklin og Ken Gudman ¬©Jorgen Angel www.angel.dk

Sad Decline, il malinconico brano che chiudeva quell’album, e che dal titolo suonava quasi come una sorta di commiato, si riavvicinò musicalmente davvero molto allo stile dei primi Culpeper’s Orchard chiudendo, di fatto, una vicenda artistica durata soltanto pochi anni.

Come è capitato assai spesso, considerando che il periodo ‘69/’79 ha proposto nei vari ambiti della musica rock un numero di band davvero fuori scala, rispetto a qualsiasi altra epoca, sia precedente che successiva, di questo gruppo, così come di molti altri, si persero letteralmente le tracce durante i decenni successivi fino a quando, la voglia di conoscere manifestata da qualche critico musicale particolarmente curioso, non lo fece riemergere dalle nebbie in cui era rimasto avvolto.

A quel punto, allora, è iniziata una vera e propria operazione di rivalutazione per cui, diverse riviste rock non solo di lingua scandinava hanno pensato bene di pubblicare parecchi articoli riguardanti questa misconosciuta band, arrivando persino a considerarla musicalmente allo stesso livello di alcuni tra i più grandi nomi, sia inglesi che americani, appartenenti al medesimo periodo; in effetti, ascoltando soprattutto i primi due album, tali considerazioni paiono tutt’altro che campate per aria.

Better late than never, verrebbe da dire…

(Esoteric Recordings, 2020)