Copeland-King-Belew-Cosma – Gizmodrome Live

(Andre Romeo)

Registrato tra Firenze, Roma, Tokyo, Osaka, Aschaffenburg e Londra, ecco finalmente pubblicata la versione “live” di un progetto che, contrariamente a quanto poteva sembrare, è nato si come un semplice divertissement, ma è presto divenuto un vero e proprio scambio musicale fra quattro personaggi che, parafrasando Vittorio Gassman, non solo hanno “un grande futuro dietro le spalle” ma dimostrano, se mai ce ne fosse bisogno, di essere sul pezzo come pochi.

La brillante e spumeggiante ritmica di Stewart Copeland alla batteria, ma anche alle chitarre ed alla voce, l’inconfondibile basso e la profonda voce di Mark King, lo stile, la fluidità chitarristica, e la vocalità di Adrian Belew, il sapiente lavoro delle tastiere di Vittorio Cosma, il tutto mescolato e raccontato al pubblico grazie ad una serie di performance dal vivo che hanno spazzato via qualsiasi residuo dubbio: questi quattro signori non vivono affatto di gloria passata, ma hanno una “terribile” voglia di suonare, e di farlo ora, con suoni, ritmi e soluzioni assolutamente attuali.

In Gizmodrome Live non mancano ovviamente riferimenti “storici”, alle band di provenienza, tuttavia i pezzi scelti non sono affatto scontati: Miss Gradenko, Does Everyone Stare, Man on the Mountain e Bombs Away, rimandano ai fasti del trio formatosi a Londra nel 1977, Elephant Talk, Thela Hun Ginjeet, raccontano gli anni ’80 targati King Crimson, ma per il resto i brani presenti in scaletta sono usciti dalle penne dei quattro protagonisti, che hanno pescato a piene mani dal loro album d’esordio, ed anche dalle proprie carriere soliste.

Eleganti, precisi, ma soprattutto divertenti e divertiti, ed il cuore di questo progetto si trova, senza dubbio, nel fatto che quattro musicisti affermati da anni, privi perciò di qualsiasi genere di pressione riguardo al dover dimostrare qualcosa, non solo decidono di farlo, ma di farlo bene e con allegria, senza una briciola di quella supponenza che a volte traspare da artisti abituati a questi livelli.

Ed allora ecco che gli stessi brani contenuti nell’album d’esordio e che, in origine, potevano apparire come bozze ancora da sgrezzare, prendono forma definitivamente, acquisiscono quel carattere che solo un’esibizione dal vivo, con la sua carica adrenalinica, può offrire loro: per le cover, già citate, vale lo stesso discorso, anche se vanno fatte valutazioni differenti: non siamo di fronte a mere riproposizioni, nè ad un totale stravolgimento, bensì ad una reinterpretazione filtrata da quattro sensibilità che, seppur affini, mostrano e fanno risaltare le proprie diversità.

Amaka Pipa, con le sue ritmiche afro, Zombies in the Mall geniale crossover tra Police (il giro di basso di King è un mix tra Driven to Tears, On Any Other Day ed Oh My God…) e King Crimson in salsa zappiana, una Stay Ready che profuma di Talking Heads, ed ancora Summer’s Coming, ballata new wave dai sentori ottantiani, seguita da Sweet Angels, electro pop di classe, impreziosito da passaggi strumentali di livello.

E se il primo lato si chiude con Excesses, che rispedisce la band alla fine degli anni ’70, ai Police ed al loro approccio punk, il secondo lato si apre con Ride your Life, rielaborata in chiave prog, in cui brillano i fill chitarristici di Belew.

I Know too Much, con King sugli scudi e Darkness, sempre a firma Copeland, potrebbero essere tranquillamente delle outtakes di Syncronicity, o anche ipotesi di brani per un album successivo, mai realizzato; la seconda, inoltre, non nasconde un qualche tipo di legame con le ballad dei Level 42.

Zubatta Cheve, dal mix vocale nonsense italo-inglese (nell’album in studio è cantata, non a caso, da Elio…) sprigiona una ritmica potente e dinamica, mentre Young Lions, firmata Belew e proveniente dal suo quinto lavoro solista, si muove a cavallo tra glam rock e psichedelia; Strange Things Happen è, invece, un robusto reggae, che trae il proprio titolo proprio dall’autobiografia del batterista di Alexandria, VA, laddove la successiva Don’t Box me In, riproposta in coda con la partecipazione di Manuel Agnelli, è il frutto di una collaborazione tra Copeland e Stan Ridgeway ed in origine faceva parte della colonna sonora di Rusty il Selvaggio.

Spin This è il “momento slap” per il bassista proveniente dall’Isola di Wight, che “estrae” il leggendario “pollice” e torna ad essere la macchina da ritmo che ha attraversato almeno due decadi affiancato da un Belew a tratti decisamente “frippiano”.

Quattro amici, dunque, che si confrontano, si sfidano, ma intanto “sfruttano”, in senso positivo, le reciproche peculiarità per far decollare una serie di brani che tengono alti il ritmo, l’attenzione e la curiosità degli ascoltatori: di chi era presente agli show, ovviamente, ma anche di chi, grazie a questo doppio album, può di gustarsi una ventina di tracce del tutto eterogenee, a volte anche molto differenti tra loro, ma che beneficiano di esecuzioni impeccabili e di una energia assolutamente esplosiva.

I fatto di non avere problemi di “genere musicale”, e di provenire da esperienze diversissime, ha bypassato ogni dilemma sull’approccio musicale: Cosma, intervistato da Rockol in occasione dell’uscita del loro album d’esordio, era stato più che esplicito: “È un progetto nato da me e Stewart, un divertissement per suonare dal vivo quando veniva in Italia. Poi un giorno il mio amico e produttore Claudio Dentes è venuto a trovarmi e mi ha detto che ero pazzo a non fare un disco con Copeland. Ho chiamato Stewart, gli ho proposto di far suonare la chitarra ad Adrian, che per me è un mito e con cui avevo suonato in un Dopofestival, a Sanremo. Chi chiamiamo al basso? Ci è venuta l’idea di coinvolgere qualcuno che non c’entrava niente. Stewart ha mandato un sms a Mark King che nel giro di mezz’ora ha risposto: ci sto”. Quest’idea di spontaneità si riflette nella scelta di suonare in grande libertà… era una situazione da amici, non da supergruppo col fiato dei manager sul collo… un parco giochi per musicisti che suonano in libertà. Come recita il testo di Summer’s Coming, “… non avrebbero dovuto farmi uscire dallo zoo…”

Dal vivo, e senza limiti “di tempo”, quest’attitudine risalta in maniera esponenziale.

(Ear Music, 2021)

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