Claudio Simonetti’s Goblin – The Devil is Back

(Andrea Romeo – 26 maggio 2020)

Gli appassionati ed i cultori di musica, soprattutto coloro che, dopo anni di inveterata ed entusiasta “militanza”, conoscono ogni minimo dettaglio che riguarda la vita dei propri artisti di riferimento, spesso e volentieri si caratterizzano anche per essere dei grandi ed attenti lettori, persone che, oltre ad aver analizzato ed interiorizzato le carriere dei musicisti, le hanno approfondite sin nelle loro più recondite pieghe.
Tra gli “oggetti” che li appassionano maggiormente, in special modo dal punto di vista iconografico, ci sono i cosiddetti “alberi genealogici”, ovvero quelle illustrazioni, che spesso si trovano all’interno delle biografie, e che raccontano graficamente la storia, ed il suo sviluppo nel tempo, di una band, a partire dalle sue origini e sino alle sue ultime, o per lo meno più recenti, espressioni, con dovizia di dettagli, date e nomi. Si inizia, il più delle volte, proprio dai nomi delle band nelle quali i membri fondatori hanno militato agli inizi della loro carriera, dopodichè si affiancano loro i nomi delle band in cui hanno militato tutti i componenti che si sono, eventualmente, aggiunti lungo il percorso artistico, cosicchè si viene a creare una sorta di vero e proprio albero, di dimensioni più o meno importanti che, a partire dalle radici, e fino alle estreme propaggini, porta avanti in maniera continuativa il nome con cui la band in oggetto è conosciuta in tutto il mondo.
Tutto questo accade in modo così lineare in teoria, ed in linea di massima, perché poi ci sono le eccezioni che, tra l’altro, in Italia sono numerose (New Trolls?…), e questo perché la fantasia e la creatività, unite ad un pizzico di geniale follia, non ci fanno certo difetto.

Si potrebbe dunque incominciare, per raccontare la nuova uscita discografica riguardante la band in oggetto, partendo da una breve e semplice domanda: “Sono tornati i Goblin?” La risposta potrebbe essere, invero, abbastanza interessante, e suonare più o meno in questo modo: “Si, sono tornati, ma… di quali Goblin stiamo parlando?”

Già, perché il problema, peraltro a tutt’oggi irrisolto, è il fatto che ancora oggi, e siamo nell’anno 2020, ovvero a quarantacinque anni dalla loro nascita, ci sia una certa confusione, all’interno dell’universo riguardante uno dei gruppi musicali italiani più conosciuti, ed apprezzati, non soltanto in patria, ma anche in giro per il mondo. Un nome, si potrebbe proverbialmente dire, una garanzia, ma occorre chiarire immediatamente di quale realtà stiamo parlando.

Claudio Simonetti, tastierista e co-fondatore, ha lasciato i Goblin, e nello specifico i suoi compagni storici, ovvero il chitarrista Massimo Morante, il bassista Fabio Pignatelli, il batterista Agostino Marangolo ed il tastierista Maurizio Guarini,in differenti occasioni, inizialmente per fondare i Daemonia, poi per dedicarsi ad una carriera solista, ed è infine rientrato, nei New Goblin, ma soltanto fra il 2011 ed il 2013.

Giunti a questo punto della narrazione è necessario evidenziare il fatto che, le band che si sono fregiate, a vario titolo, di questo storico nome, sono state davvero parecchie: i già citati Goblin ed i New Goblin appunto, ma anche i Back to the Goblin, i Goblin Rebirth, i The Goblin Keys, i Goblin 4 e, per non farsi mancare davvero nulla, anche una riedizione, datata 2015, dei Cherry Five, il gruppo che, inizialmente, si chiamava Oliver, nel quale militavano Claudio Simonetti (tastiere), Massimo Morante (chitarra) e Fabio Pignatelli (basso), e da cui i Goblin originari presero le mosse quando, interpellati da Dario Argento per completare la colonna sonora del film Profondo Rosso, abbozzata ma quasi subito interrotta da Giorgio Gaslini, si incaricarono di comporne i principali brani mancanti…

Simonetti, pur possedendo una formazione musicale di base decisamente classica, è sempre stato, fra i vari membri della band (o forse meglio dire, delle band…), il componente più incline a voler perseguire una profonda commistione con il rock, e con un rock di una certa durezza, e proprio questa sua anima “hard rock” lo ha condotto ad una scelta molto chiara, che si è concretizzata a partire dal 2014, ovvero quella di riappropriarsi di quel nome, almeno in parte, e di ricominciare a comporre musica con tre nuovi compagni di viaggio.
La neonata band ha visto allineati inizialmente, oltre allo stesso Simonetti alle tastiere, Bruno Previtali alla chitarra, Titta Tani alla batteriae Federico Amorosi al basso.

Successivamente, ovvero durante il biennio 2018-2019, si sono concretizzati i principali avvicendamenti che hanno infine condotto alla formazione odierna: al chitarrista Bruno Previtali, già con Simonetti nella line-up dei Daemonia, ma anche in qualità di bassista all’interno dei New Goblin, sono entrati nella neonata band la bassista Cecilia Nappo, proveniente dai Black Mamba, e con interessanti esperienze negli Elementrix e nei Nimh, ed il batterista e produttore Federico Maragoni, proveniente anch’esso dai Black Mamba. Ed è soprattutto questa rodata sezione ritmica a caratterizzare, in maniera indiscutibilmente significativa, la nuova avventura musicale del tastierista, nato a San Paolo del Brasile, figlio d’arte e romano di adozione.

I suoi ex-compagni, nel frattempo, sono diventati, sempre nel 2014, i Goblin 4, e proprio da quell’anno le due incarnazioni camminano, ancora oggi, in parallelo, seguendo però due percorsi musicali sostanzialmente differenti.

I Claudio Simonetti’s Goblin, il cui album da poco pubblicato si intitolaThe Devil is Back,sono sensibilmente orientati ad un genere che, pur restando per molti versi assai cupo ed inquietante, ha profonde connessioni, come detto, con la musica rock; Simonetti aveva in gran parte optato per questo approccio musicale già nell’esperienza con i Daemonia ma ora l’ha decisamente abbracciato, lasciando oltretutto ampio spazio alla bassista romana, con esperienze musicali alternative rock e prog-metal, ed al chitarrista di Castel di Sangro.
Alle loro spalle, un batterista assai dinamico, Federico Maragoni, che spinge il sound della band con un piglio decisamente aggressivo: il fatto di suonare già da tempo insieme a Cecilia Nappo ha fatto si che, questa sezione ritmica, sia risultata davvero affiatata ed efficace, e questa caratteristica traspare, in modo del tutto evidente, nelle dieci tracce contenute nell’album.

All’interno di The Devil is Back si rintracciano, ma in maniera sensibilmente differente, soprattutto per quanto riguarda i suoni e le strutture dei brani, i Goblin storici, quelli di Profondo Rosso per intenderci, e questo orientamento, tutt’altro che scontato, è stato per molti versi una scelta auspicata ed auspicabile: ritornare pedissequamente sui passi già percorsi in precedenza avrebbe condotto il gruppo, inevitabilmente, a rischiare seriamente di diventare una sorta di cover band di sé stesso e, Claudio Simonetti, ha chiaramente e da subito fatto intendere di non voler affatto correre questo rischio: il legame c’è, ed è del tutto evidente, ma è soltanto un punto di partenza.
Le atmosfere, se non completamente horror-oriented, rimangono certamente assai inquietanti ed oscure, ma sono state create con un approccio musicale sensibilmente differente: ecco allora che, ogni singolo brano dell’album, presenta alcune caratteristiche, e soprattutto alcuni strumenti, nettamente e volutamente predominanti, che si occupano di sagomare e plasmare queste atmosfere.

Pianoforte e synth aprono Brain Zero One, e ne conducono la parte centrale, Revengeè una sorta di piccolo incubo postatomico, che rimanda a tratti alla  Kosmische Musik degli anni ’70, ed in cui il basso, ad un certo punto, si incarica di prendere letteralmente per mano la melodia, mentre Drug’s Theme, brano scritto originariamente, nel 1975, da Enrico Simonetti, prende le mosse, in questa sua reinterpretazione, da un fill di drum machine attorno al quale il synth crea una propria linea melodica mentre, chitarra e basso, ne vanno a strutturare un’altra, parallela, quasi fossero due strutture sonore, distinte, che riescono però ad intersecarsi perfettamente.

Non mancano davvero le idee, all’interno di questo lavoro, e fra gli aspetti più interessanti c’è il fatto che, i musicisti coinvolti, non siano nel modo più assoluto dei semplici sparring partner di Simonetti, ma partecipino assai attivamente al processo creativo ed esecutivo, offrendo un contributo affatto secondario.

Agnus Dei e la seguente The Devil is Back sono, in pratica, le due facce, opposte, della stessa medaglia: un’intro sinfonica che, successivamente, scivola all’interno di un brano rock quadrato e lineare, caratterizza la prima delle due, mentre un synth molto “space-oriented”, ed un assai definito ed aggressivo basso Rickenbacker, fanno capolino nella seconda che, ad un certo punto, si avvia verso una direzione che, ad un orecchio attento, non pare essere poi molto distante da certe sonorità care all’Alan Parsons Project; la chitarra entra in gioco, significativamente e non casualmente, solamente verso la fine, e ne contraddistingue la chiusura, ma è principalmente il basso che guida il brano sino alla sua conclusione.

Mantenere la propria identità ma non ripetersi: questo, in sintesi, si potrebbe considerare l’obbiettivo perseguito dai Claudio Simonetti’s Goblin, un obbiettivo da raggiungere, però, esaltando al massimo, e senza mai omogeneizzare, le caratteristiche e le peculiarità dei singoli musicisti coinvolti i quali, a turno, sono chiamati a contrassegnare i diversi brani attraverso la propria interpretazione ed il proprio approccio strumentale.

L’abbinata formata da Neverland e Solitude esemplifica al meglio questo tipo di scelta compositiva che ha evidentemente dato i suoi, peraltro ottimi, frutti, e che viene testimoniata anche dalla “doppietta” successiva, Chi? e Chi? Pt. 2, opera della “premiata ditta” Pippo Baudo/Pippo Caruso, già sigla del giallo quiz omonimo, trasmesso in tv tra il 1976 ed il 1977, brani riarrangiati ed interpretati con un gusto e con suoni decisamente attuali, ma assolutamente congrui con l’intenzione originaria.

Come detto, se è vero che il “diavolo” può avere numerose facce, questo album definisce ed esprime la rappresentazione, di inquietudine e di oscurità, che Simonetti, Previtali, Nappo e Maragoni, hanno deciso di offrirne, in questa ennesima (re)incarnazione di una band che, come e forse più della proverbiale araba fenice, non solo è rinata, più e più volte, dalle proprie ceneri, ma lo ha fatto anche moltiplicandosi in differenti espressioni.

The Devil is back, dunque, il diavolo è tornato, e non ha mancato di farlo neppure sulla copertina dell’album disegnando la quale, Federica Simonetti, ha reinterpretato il leggendario diavoletto “violinista” (tratto da una illustrazione di Louis-Léopold Boilly (1761-1845), Il Sogno di Tartini, riferita all’aneddoto riguardante il sogno che avrebbe ispirato la composizione della sonata Il Trillo del Diavolo, scritta dal compositore Giuseppe Tartini (1692–1770)) effigiato su Roller, album pubblicato nel 1976.

Ma, soprattutto, ed è ciò che certamente più conta, i (Claudio Simonetti’s) Goblin, nell’interpretazione che hanno voluto offrirne il tastierista romano ed i suoi giovani e brillanti collaboratori, are (proudly) back…

(Deep Red, 2019)

Recensione pubblicata anche su Mat2020.

Precedente Rokia Traoré: che cosa sta succedendo ad una delle più grandi artiste africane contemporanee? Successivo Creedence Clearwater Revival - Live At Fillmore West