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Chick Corea Elektric Band – Light Years

(Andrea Romeo – 26 aprile 2020)

Chick Corea è un personaggio veramente interessante, un artista che, in oltre cinquant’anni di carriera, ha vissuto diverse fasi che vale la pena di conoscere.
Che non fosse un jazzista “canonico” lo si capisce già negli anni ’60, anni in cui, pur pubblicando lavori fondamentali, ed a loro modo “classici” (Now He Sings, Now He Sobs), fa capire che quella dimensione gli va già abbastanza stretta. La prima svolta, peraltro decisiva, è l’incontro con Miles Davis, a fine decennio (In a Silent Way e Bitches Brew), che coincide con l’utilizzo del Fender Rhodes, e dei primi sintetizzatori, con i quali è amore al primo ascolto.

Davis lo “battezza” artisticamente, in un certo senso, nel momento stesso in cui, ritenendolo maturo per avere una carriera propria, nel 1972 lo lascia andare; sono gli anni ’70, quelli del jazz d’avanguardia, anni percorsi insieme a collaboratori che faranno la storia, come Al Di Meola, ma soprattutto caratterizzati dalla sua prima, leggendaria, band, i Return to Forever, con i quali prosegue il proprio percorso verso la fusione di stili e di generi differenti.
Interagire con musicisti quali Stanley Clarke, Lenny White, Al Di Meola, Airto Moreira, Steve Gadd, Earl Klugh, Bill Connors, Flora Purim, ed i molti altri che faranno parte, nel tempo, della band, lo convince ad un atteggiamento abbastanza in linea con quello del suo maestro, Davis: è preferibile avere partner del tuo livello, a volte anche migliori di te, ed essere quindi una sorta di primus inter pares, per lo meno a livello esecutivo, perché allora, le tue composizioni, saranno valorizzate al massimo.

Gli anni ’80, a livello di suoni, lo vedono all’avanguardia, e non è affatto un caso che la GRP, etichetta da sempre attenta ai suoni, e fra le prime a sperimentare quelli digitali, lo metta sotto contratto.
Ed è verso la metà del decennio che Corea concretizza il suo secondo capolavoro, mettendo insieme la Chick Corea Elektric Band grazie alla quale sposta, ancora più verso la fusion e lo smooth jazz, il baricentro della sua produzione artistica. Il loro primo lavoro, omonimo, è ancora figlio, o forse nipote, del jazz-rock, e questo grazie alla presenza di due chitarristi come Scott Henderson e Carlos Rios, ma è con il secondo album, Light Years, che la band esprime, ai massimi livelli, il proprio enorme potenziale.
Esplode, letteralmente, una sezione ritmica che avrà, negli anni, davvero pochi eguali al mondo: Dave Weckl, introdotto poi nella Drummers Hall of Fame quale “uno dei 25 batteristi più influenti di tutti i tempi”, scatena tecnica e creatività attraverso ritmi sincopati, ricchi di stacchi, pause, riprese e trova, dalle parti di Brooklin, il partner ideale, all’altezza di affiancarlo in queste scorribande, quel John Patitucci, pioniere del basso elettrico a sei corde, che diventerà, da allora, uno dei punti di riferimento per tutti coloro che si avvicineranno a questo strumento.
Ma non è finita qui: le tastiere di Corea, infatti, si assicurano due alter ego di livello assoluto: il chitarrista Frank Gambale, australiano di Canberra, diventerà il partner ideale con cui scambiare fraseggi, intersecare assoli, dividersi le linee melodiche; a dare loro sostegno, spezzando e ricomponendo questi duetti, ed intervenendo spesso nelle melodie, il sax del losangelino Eric Marienthal, capace di armonizzarsi, di ritagliarsi spazi, di aprire squarci, in un certo senso, “romantici”, nelle esecuzioni.

Light Years che, uscito nel 1987, con le sue dodici tracce diventa un successo mondiale e, l’anno successivo, vince il Grammy Award per la “Best R&B Instrumental Performance”, catapulta la band ai vertici della musica strumentale ma, ovviamente, come qualsiasi lavoro di questo livello, divide l’audience.
I jazzofili più intransigenti (coloro che, a seconda dei casi, vengono definiti “puristi” o “talebani”), per bocca di The Penguin Guide to Jazz, lo definiscono “deeply horrid”; viceversa, gli ascoltatori più “open mind”, assetati di novità e di stimoli innovativi, attraverso All Music Guide, ne parlano come “one of The Elektric Band’s better releases”. Punti di vista, ovvio, entrambi legittimi ed entrambi comprensibili, ma che non possono sostituire il criterio principale, ovvero l’orecchio dell’ascoltatore, unito alle sensazioni che, queste composizioni, sono in grado di suscitare.
Per chi, anche se soltanto a livello amatoriale, ha imbracciato uno strumento musicale, Light Years è una inesauribile fonte di suggestioni, un invito a lavorare per migliorare la tecnica e questo, non tanto per sviluppare un’abilità fine a sé stessa, quanto invece per essere in grado di esprimere, al meglio, la propria attitudine.
Per chi invece, semplicemente, si dispone ad ascoltare, brani come Light Years, Second Sight, Flamingo, Time Track o Starlight, ma anche le misteriose e sinuose Your Eyes e The Dragon, per citarne solo alcuni, spalancano scenari, creano visioni, insomma disegnano un mondo immaginario in cui immergersi letteralmente durante l’ascolto.

L’Elektric Band muterà, nel tempo, la sua line-up (con Gary Novak alla batteria, Jimmy Earl al basso e Mike Miller alla chitarra), interromperà il suo cammino e lo riprenderà più volte, si trasformerà anche in Akoustic Band, ottenendo altrettanto consenso, ma la magia di queste tracce si ripeterà, nel tempo, solamente quando questi cinque musicisti decideranno, occasionalmente, di salire sul medesimo palcoscenico, per riprendere il filo delle loro composizioni: qualche capello imbiancato, o in meno, certo, qualche ruga qua e là, ma le loro dieci mani sono in grado, ancora oggi, di rinnovare quell’incantesimo.

(GRP, 1987)