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Casiopea – Eyes of the Mind

(Andrea Romeo)

Issei Noro, Tetsuo Sakurai, Minoru Mukaiya ed Akira Jimbo, sono nomi che, ai più, difficilmente diranno qualcosa, e non tanto perché provengano dal “misterioso Giappone”, quanto invece perché, al di fuori del paese del Sol Levante, sono diventati dei personaggi di culto, e di nicchia.

Nel 1979 erano, rispettivamente, chitarrista, bassista, tastierista, e batterista di quella che, ancora oggi, viene considerata la più importante band fusion proveniente dall’estremo oriente; i Casiopea (カシオペア).

La loro ascesa fu improvvisa e rapidissima, malgrado avessero iniziato a suonare solo a partire dal 1976: nei quattro anni successivi, già i primi sostanziali cambi di formazione: se ne va, quasi subito, il tastierista Hidehiko Koike seguito, due anni dopo, dal batterista Takashi Sasaki, che abbandonò perché, il suo drumming era troppo complesso, e riteneva il sound della band troppo delicato per il suo stile.

Tre album in studio, il primo, omonimo, e poi Super Flight e Make Up City, un album dal vivo, Thunder Live, e poi il trasferimento negli Stati Uniti dove, a Los Angeles, realizzano il lavoro che li farà conoscere in tutto il mondo anche perché, da lì in poi, inizieranno a girare il mondo realizzando tour in Europa, Sud America, Australia, e Sud-est Asiatico: Eyes of the Mind rappresenta, probabilmente, il disco che definisce, in modo definitiva, il suono dei Casiopea.

Contrariamente a quanto si possa pensare, anche sulla scorta della numerosa e ricca rappresentazione di luoghi comuni sul “come lavorano i Giapponesi”, la band, pur avendo un tasso tecnico elevatissimo, come testimoniano non solo i brani in studio, ma anche la numerosa serie di video reperibili in rete, ha espresso in questo album un sound morbido, ricco di melodia e di armonie che, in alcuni passaggi, si potrebbero quasi definire “pop-romantiche”, sostenute da un’esecuzione che non cerca mai di strafare.

Pur essendo musicisti di altissimo livello, i quattro non danno mai l’impressione di mirare a stupire l’ascoltatore quanto, invece, ad offrire un repertorio di soluzioni timbriche e ritmiche che catturi l’attenzione: Noro gioca moltissimo con il suono della chitarra, passando da suoni puliti e rotondi ad altri appena leggermente “sporchi”, anche all’interno dello stesso brano; Sakurai è un bassista con un groove micidiale, e quando si accende ha un “tiro” incredibile che, abbinato al drumming di Jimbo, vero e proprio caposcuola dello strumento, assicura una ritmica che “capisce” i brani e li trascina con una personalità invidiabile; “sotto” di loro, ma con ampi spazi, che si ritaglia sciorinando anch’esso una grande varietà di suoni, le tastiere di Mukaiya.

Brani come Asayake (Sunrise), A Place in the Sun, Take Me, la title track Eyes of the Mind ed ancora la funambolica Black Joke, o la “morbida” Magic Ray, caratterizzata dal basso fretless chiamato a reggere la melodia, sono la dimostrazione tangibile di un eclettismo portato, dai quattro giovani musicisti, ai massimi livelli, con un approccio che si gioca più sulla creazione di atmosfere che non sull’esibizione, diciamo così, “muscolare”, di tecniche acrobatiche.

Probabilmente, la band, avrebbe potuto spingere in maniera più decisa sul pedale dell’acceleratore, per quanto riguarda la creazione di strutture musicali complesse, cosa che, dal vivo, non ha mancato di fare, concedendosi una maggiore libertà di azione, ma proprio la capacità di non strafare ha determinato il fatto che un album come questo, datato 1981, così come tutti i loro lavori di quel decennio, suonino ancora oggi in modo piacevole, fresco, ed abbiano quella leggerezza che non li fa assolutamente apparire datati, né per suoni né per esecuzione.

A cavallo fra fusion e smooth jazz, e supportati da produzioni sempre si altissimo livello, i Casiopea, dopo numerosi cambi di formazione ed una pausa, fra il 2006 ed il 2012, sono ancora “on the road”, ormai assurti a ver e proprio gruppo di culto, figlio di quella ondata musicale post jazz-rock che, fra la fine degli anni ’70 ed il successivo decennio, ha rappresentato un momento di sintesi artistica in cui stile, classe ed eleganza, si sono posti al servizio di una maggiore, e più diffusa, accessibilità.

Il quartetto nipponico, in questo contesto, ha a suo modo stabilito degli standard, estremamente personali, e riconoscibili ancora oggi, grazie a quella sorta di crossover musicale in bilico tra funk e jazz, che li ha posti, definitivamente, sotto i riflettori della scena mondiale.

(Alfa Records/Village Records, 1981)

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