Caravan – In the Land of Grey and Pink

(Andrea Romeo – 20 aprile 2020)

Gli appassionati di musica si dilettano, spesso, a realizzare quella sorta di “follia” grafica che rappresenta il cosiddetto albero genealogico di una band, e spesso la cosa risulta essere complicata anche solo con riferimento ad un singolo gruppo. La faccenda raggiunge il suo limite, anche grafico, quando si va a considerare un movimento artistico nella sua interezza ma, nel momento in cui si affronta la cosiddetta scena di Canterbury, l’operazione, questo limite, lo oltrepassa abbondantemente.

Decine di band, che vanno dal free jazz al pop, transitando per una miriade di generi e sottogeneri (rock psichedelico, jazz, musica d’avanguardia, musica elettronica), musicisti che hanno fatto parte di più gruppi, a volte anche nel medesimo periodo, band nate e scomparse nel giro di mesi, i cui componenti si sono ritrovati poco dopo in altre situazioni, insomma, quello che si suole definire un magma “ribollente” di idee, spunti, produzioni e stimoli artistici.
Da questo caos creativo, sviluppatosi intorno alla cittadina del Kent, sono emerse diverse band che hanno non solo lasciato alle proprie spalle una traccia fondamentale, ma anche una discografia abbondante, che ha contribuito non poco a definire il cosiddetto “Canterbury sound”, e fra queste band ci sono, sicuramente, i Caravan.

Partiti invero abbastanza in sordina, all’incirca verso il 1968, Pye Hastings, chitarre e voce, Richard Sinclair, basso, chitarra acustica e voce, David Sinclair, organo, piano, Mellotron, cori e Richard Coughlan batteria e percussioni, impiegarono un paio di album per “carburare” e definire compiutamente il proprio suono ed il proprio stile ma, al terzo tentativo, piazzarono il colpo definitivo, realizzando l’album che, non solo li consegnò alla storia del rock, ma divenne una delle pietre miliari di quel genere che, anni dopo, sarebbe stato definito “progressivo”.

In the Land of Grey and Pink è uno di quegli album che, magari anche senza volerlo, “ha tutto”, ed al posto giusto: una copertina affascinante, particolare, dai colori e dal disegno intriganti, quattro brani singoli, Golf Girl, Winter Wine, Love to Love You (And Tonight Pigs Will Fly) ed In the Land of Grey and Pink, che rappresentano quell’approccio bucolico, romantico ma mai sdolcinato, che diverrà il marchio di fabbrica del gruppo, e questo nonostante le defezioni ed i cambi di line-up avvenuti negli anni successivi, ma soprattutto quel capolavoro di creatività che è la suite in otto movimenti intitolata Nine Feet Underground, il pezzo che, nei suoi venti e passa minuti di ricercatezza melodica, virtuosismo e capacità di evocare immagini, sarà per sempre il simbolo della loro grandezza e, come era inevitabile che fosse, il punto più alto della loro produzione artistica.

Quarant’anni dopo l’album è stato ristampato, con una abbondante quantità di bonus tracks, ma soprattutto con un interessantissimo dischetto in cui Steven Wilson è stato incaricato di rimasterizzare l’intero album originale.

Il risultato è davvero stupefacente e questo perché i cinque brani, sgravati da certe pesantezze figlie, inevitabilmente, del processo di produzione di allora, sembrano davvero realizzati in tempi recenti, recuperano diverse sonorità andate perdute nel mixing originale ed acquisiscono una leggerezza ed una agilità che le tracce registrate nel 1971 non avevano affatto; in pratica, una sorta di “alternative version” che non è necessariamente solo per completisti, ma che agevola sicuramente l’orecchio moderno nell’ascolto di un genere musicale già di per sé complesso e non sempre immediato.

(Deram, 1971)

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