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Brian Beller – Scenes from the Flood

(Andrea Romeo)

C’è chi lo ha conosciuto, ed apprezzato, come bassista di Steve Vai, Joe Satriani, Dweezil Zappa o Mike Keneally, chi è rimasto sorpreso ascoltandolo in qualità di componente dei Dethklok, band virtuale, presente nella serie televisiva Metalocalypse sul canale televisivo Adult Swim, ma anche vera e propria band, creata da Brendon Small e Tommy Blacha, e chi lo ammira, oggi, per il suo appassionante lavoro, in studio e dal vivo, con The Aristocrats, band in cui suona insieme a Guthrie Govan e Marco Minnemann.

Ma il Brian Beller che viene fuori dalle diciotto tracce del doppio album Scenes from the Flood, non è solo un bassista di grande levatura, bensì un musicista a tutto tondo, completo, un polistrumentista con una visione musicale molto ampia e che va ben oltre i generi che ha frequentato sino ad ora.

Il suo quarto album come solista, che arriva dopo oltre dieci anni dal precedente Thanks In Advance, è un lavoro considerevole, complesso, dalle molte sfaccettature, ricco non solo di ospiti, anche importanti, tra cui i più noti sono certamente i chitarristi Joe Satriani, John Petrucci, Guthrie Govan, Nili Brosh, Mike Keneally, Mike Dawes, Darran Charles, i tastieristi Julian Coryell, Leah Zeger  ed Evan Mazunik, ed i batteristi Gene Hoglan e Joe Travers, ma soprattutto di idee: lo si potrebbe definire quasi come una sorta di “calderone” ribollente di sapori, che emergono un po’ alla volta e si palesano all’ascoltatore, stupito da tanta abbondanza.

Un lavoro per realizzare il quale ci sono voluti tempo, pazienza, e questo perché è stato costruito, pezzo dopo pezzo, durante diversi anni, un concept-album che vorrebbe rispondere, in sintesi, ad una domanda: What do we keep, and what do we let go?

Ovvero cosa “teniamo”, e cosa “lasciamo andare”?

When the storm comes for us, the big one after which things will not be the same, who are we and what do we become in those defining moments?

Quando arriva la tempesta, un evento potente dopo il quale le cose non sono più le stesse, chi siamo noi, e cosa diventiamo in quei precisi istanti?

Tempesta che, ovviamente, è metafora riferita a qualsiasi evento, della vita, che produca una serie di conseguenze importanti.

Domande di un certo spessore, dunque, che richiedono un approfondimento riguardo a concetti quali ambizione, perdita, realtà ed intenzioni, speranza e disillusione: Beller utilizza sino in fondo le diciotto tracce dell’album per provare, se non a rispondere, per lo meno ad affrontare questi temi offrendo, attraverso la propria musica, il proprio punto di vista.

E le risposte sono proprio le tracce contenute in Scenes from the Flood, ognuna delle quali ha una propria personalità, una propria dinamica, stimola sensazioni e percezioni differenti grazie proprio agli strumenti utilizzati, ai loro suoni, ai loro timbri, ed allo stile che i musicisti hanno impresso nei brani stessi, trasferendovi le emozioni e tramutandole in linee melodiche, in armonie, in strutture.

Il tema è senz’altro affascinante, financo inquietante per certi versi, perché obbliga l’ascoltatore a porsi quesiti delicati, ed a darsi delle risposte; poteva anche essere, in teoria, un argomento fin troppo denso, difficile da trasferire in musica, ed invece Beller insieme agli oltre venti musicisti che lo hanno aiutato, è riuscito nell’intento di creare un lavoro coerente ma variegato, ricco di variazioni, di suoni, di coloriture musicali, e questo pescando da generi e da stili differenti, ma in grado comunque di “stare insieme”.

Il bassista di Charlottesville aveva in mente una visione, riguardo a questi argomenti, ed è stato capace di dare ad essa una forma compiuta, attraverso diciotto momenti che vanno da quelli più delicati e pianistici, come l’opening The Scouring of Three & Seventeen, Always Worth It, Lookout Mountain, The Flood, a quelli più “pesanti”, come ad esempio Steiner in Ellipses o The Storm, ma anche a passaggi cupi e meditativi come Angles & Exits, ed i suoi colleghi si sono realmente calati nella parte, cercando di assecondare e stimolare questa visione attraverso prestazioni eccellenti che inducono l’ascoltatore, perché no, ad andare a “mettere il naso” nelle loro carriere.

Definirlo un album di rock progressivo non pare affatto lontano dalla realtà se consideriamo anche il fatto che, il concetto di “progressione”, ontologicamente, prevede un’idea di movimento “in avanti” che risulta essere la risposta, reale, a quelle domande menzionate precedentemente; chi siamo, e cosa diventiamo sono quesiti che necessitano comunque uno spostamento, mentale, in avanti, per addivenire ad un qualsivoglia responso.

(Onion Boy Records, 2019)

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