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Brendan Perry “The Eye Of The Hunter”

(Massimo Tinti)

Quando nel 1999 esce “The Eye Of The Hunter” di Brendan Perry, nessuno se ne accorge. Nonostante ciò si tratta di un lavoro bellissimo, cantato a bassa voce e con tristezza, suonato con profonda ed emotiva sensibilità. Se la musica dei Dead Can Dance (ensemble che oltre a Brendan Perry comprendeva Lisa Gerrard) era quel bordone gotico, largamente improvvisato, con tempi spesso senza battuta, a ritmo libero (come in certe forme di lamentazione della musica bulgara, turca o araba); dentro “Eye Of The Hunter” quella miscela free si trasforma in una struttura cantautorale perfettamente scolpita, limpida, sulle tracce della classicità.


La lezione dei Dead Can Dance si sente ancora chiaramente nel disco solista di Perry; ma permeata da una catarsi differente, da un repentino cambiamento esistenziale, dal trovarsi all’improvviso in una prima linea nemica.
Addio figlio mio, e ora di lasciarsi tutto alle spalle” è il primo sguardo che finisce addosso a chi ascolta, le cose messe sul tavolo, la luce del tramonto che entra dalla finestra. Un momento di silenzio cui ne seguiranno tanti altri e tutti sconvolgenti; intrisi in misura uguale di rimpianto e dolcezza, di abbandono e completa tenerezza.
Perry guarda alla sua vita, al dolore accumulato come l’umidità sulle pareti di una casa, agli affetti che lo hanno lasciato con solo qualche ricordo, non più di poche fotografie ormai stropicciate e affaticate dal tempo (l’album è stato registrato durante la malattia irreversibile del padre). Nonostante questo la scrittura va nella direzione che ha scelto, quasi completamente al buio, inciampando ogni tanto sulle sagome di Leonard Cohen, di Tim Buckley, Nick Drake, Scott Walker. La voce ha adesso tutto quello spazio che merita, quello che mancava nella sua vita precedente con i Dead Can Dance, quello sottratto dall’atteggiamento pieno di grazia di Lisa Gerrard, dal suo canto stretto in un corsetto di perle e spille.


Ognuna delle otto canzoni ha un impianto folk, un tono confidenziale che si allontana ogni tanto dal suo destino, fatto di una voce e una chitarra, per muoversi tra le onde e le pieghe di un violino, di un corno, di una tastiera arrangiata con la minuzia di un giardino giapponese.
Un modo di narrare dove non compare mai un gesto affrettato, una risata trattenuta, uno scatto di ira; solo la sensazione infinita di trovarsi adagiati sulla punta di un sogno terminato, con lo sgomento di aver fatto un calcolo sbagliato, di aver perso qualche centinaio di metri per stare al passo della vita.
Saturday’Child”, “Woyage Of Brain”, “Medusa”, “Sloth”; sono come la luce quando arriva su di un pezzo di seta e poi va via, lasciando soltanto un’illusione, un disegno scuro fatto di fili di lacrime che scendono.
La cover di “I Must Have Been Blind” è il ritmo lento e malinconico di un abbraccio virtuale, quello dato a Tim Buckley e al suo “Blue Afternoon”; a quel disco pieno di baci sibilanti rimasti sulle labbra, a quel vortice che ha le guance tutte rosse per aver cantato troppo forte la solitudine dell’amore.
Quando arriva la batteria jazz su “The Captive Heart”, tutto diventa ancora più commovente, più grande; fino a scappare dalle mani, fino a scoprire le ruvidezze del destino, le sue inevitabili conseguenze.
Su “Archangel”, la tastiera discende così lentamente che sembra non riuscire mai a toccare terra, un unicum inimitabile di suggestione che rimane per aria insieme alla voce trattata e sovraincisa dello stesso autore. Un pezzo maestoso dove il canto di Perry va e viene; un timbro che sembra tornare dal mondo degli spiriti e capace solo di fermarsi un istante per raccontare la sua storia, per fare impressione.


Eye Of The Hunter“, pur essendo un immobile sorgente sonora che crea movimento soltanto appoggiandosi alla voce di Perry e agli sparuti arrangiamenti; è opera di un’asciuttezza perfetta, quasi geometrica nel disegnare le spirali di una caduta rovinosa.
Quel lucido ferimento dei sensi che segue un avvenimento oscuro, quando si cerca di rimettere insieme dei pezzi nudi che non hanno più nessun incastro ma tanta poesia.
Serve solo aggiungere che “Eye Of The Hunter” è stato album dell’anno (1999) per Leonard Cohen e Nick Cave.

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