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Blues Pills – Blues Pills

(Andrea Romeo – 11 aprile 2020)

L’argomento, soprattutto se lo si affronta confrontandosi con i puristi del genere, è davvero spinoso e le discussioni in merito, anche grazie alla diffusione, in rete, di pagine e gruppi che si occupano della materia, risulta sempre abbastanza animata.
In sintesi: il blues, per definizione, è solo “quella cosa là”, oppure è passibile di una evoluzione che, mescolandolo ad altre influenze musicali, lo ha portato, o lo porterà ad essere qualcosa di differente? Che blues, rock e psichedelia abbiano numerosi punti di contatto è fatto noto ormai da decenni; la novità interessante, però, è il fatto che questa attitudine stia prendendo piede a latitudini tutt’altro che consuete, musicalmente già evolute, ma in ambiti sostanzialmente differenti.

Quando, nel 2014, i Blues Pills si sono presentati con il loro debut-album, il fatto che provenissero dalla Svezia ha stupito davvero non poco chi li ha ascoltati per la prima volta: la voce rock-blues, venata di soul, di Elin Larsson, paragonata da alcuni a Janis Joplin ed Aretha Franklin, la chitarra davvero “vintage”, nei suoni e nello stile, di Dorian Sorriaux, una sezione ritmica solida, quadrata ma ugualmente dinamica, formata da Zack Anderson al basso e da Cory Berry alla batteria, poco dopo sostituito da André Kvarnström, hanno costituito un lasciapassare che ha lanciato da subito la giovanissima band nell’orbita dei principali festival rock europei e nordamericani, e non certo come semplici comprimari.

Berlin’s “Desertfest”, Geel’s “Yellowstock Festival”, Bonn’s “Crossroads Festival”, Melbourne’s “Cherry Rock Festival”, Sweden Rock Festival, Rock Hard Festival di Gelsenkirchen, Montreux Jazz Festival, Summer Breeze, Rock am Ring, Rock im Park, Freak Valley Festival, sono alcuni degli eventi che li hanno visti tra i protagonisti e che, per una band poco più che debuttante, e con un solo album all’attivo, sono un biglietto da visita davvero notevole.

Ascoltare brani ruvidi come High Class Woman, Ain’t no Change, Jupiter, Devil Man, o Gypsy oppure le più trasognate Black Smoke, River, Astralplane o Little Sun, mette l’appassionato di fronte ad un gruppo che, pur lasciando immergere le proprie radici nella più profonda tradizione, ne ha rielaborato l’approccio ed i suoni, rimescolando le carte spesso all’interno dei singoli brani stessi, che hanno andamenti irregolari, ricchi di accelerazioni e di “frenate”, seguendo le orme di musicisti come Rory Gallagher, Free e Grand Funk Railroad, non a caso citati, fra gli altri, come fonte di ispirazione, da parte della giovane cantante e leader della band.

Blues Pills è l’album di debutto che qualsiasi gruppo sogna di poter realizzare, e questo perché, in soli dieci brani, definisce in maniera completa ed esaustiva le caratteristiche che saranno sviluppate dalla band nel prosieguo della propria carriera; il quartetto svedese non si nasconde affatto, ma gioca tutte, o quasi tutte, le proprie carte in una singola mano.

Questo può essere un rischio? Certamente, perché il “dopo”, a fronte di una così chiara manifestazione delle proprie caratteristiche, diventa sicuramente molto più difficoltoso da gestire.

Ma l’azzardo, se tale lo si considera, potrà anche pagare, soprattutto se si hanno molte idee da sviluppare, ed una visione di sé, e della propria musica, che guarda indubbiamente lontano; da questo punto di vista i Blues Pills hanno sicuramente numerose ed interessanti “frecce” in serbo per il loro futuro, che sapranno certamente piazzare grazie anche a doti tecniche e compositive davvero non comuni.

(Nuclear Blast,2014)