Black Star Riders – Another State of Grace

(Andrea Romeo – 30 settembre 2019)

Nel momento in cui partono le prime note di Tonight the Moonlight let me down, ma soprattutto quando Ricky Warwick inizia a cantare, è inevitabile che, un certo brivido, corra lungo la schiena, soprattutto qualora si appartenga alla categoria dei rockettari incalliti e nostalgici.

Si, decisamente i Black Star Riders sono l’evoluzione, o se vogliamo il prosieguo della storia, di una band ormai considerata storica, ovvero i Thin Lizzy, e lo sono non solo e non tanto perché la voce dell’ex-The Almighty è dannatamente simile a quella del compianto Phil Lynott, e neppure perché il chitarrista Scott Gorham, in quella band, ha militato dal 1974 al 1983, e neanche perché l’altro chitarrista, Damon Johnson,ne ha fatto parte, seppur in una delle sue incarnazioni più recenti.

Probabilmente si può parlare di attitudine, se non addirittura di predestinazione: quello che è certo è che, giunti al loro quarto album, il quintetto che, pur essendo in maggioranza statunitense, affonda le sue radici nel territorio irlandese (ascoltare la title track Another State of Grace, per credere…), si è liberato di quello scomodo stato d’animo derivante dal poter essere, o non essere, una band esclusivamente derivativa.
Certo, i richiami ai Lizzy sono del tutto evidenti ma, a questo punto, i cinque musicisti giocano serenamente a carte scoperte: il legame c’è, e quindi la strada è inevitabilmente tracciata, ed i nuovi lavori possono senza problemi percorrerla, senza preoccupazioni riguardanti un’eredità che, per quanto avvincente, potrebbe anche risultare scomoda, e forse anche limitante.
I Black Star Riders suonano davvero come avrebbero suonato i Thin Lizzy, nel terzo millennio? Potrebbe darsi di si, oppure anche no, ma questo ovviamente nessuno lo può davvero sapere.
Quello che è certo è che, la band non si sforza affatto di essere, e di suonare, “in quel modo”, ma è la musica che scaturisce spontaneamente dalle loro penne, e dalle loro corde, a condurli ineluttabilmente verso quella direzione.
Ed allora tanto vale assecondarla, questa corrente, e dunque seguire l’estro ed alimentare l’ispirazione, considerando anche il fatto che, i dieci brani di Another State of Grace, hanno spessore, tiro e carattere.
Può darsi che il guerriero, descritto in Soldier in the Ghetto, sia davvero quel Lynott che, a trentatrè anni dalla tragica e prematura scomparsa, è ancora un’icona carismatica della musica rock irlandese, al pari di Rory Gallagher o Dolores O’Riordan.
Ci sono tutta la grinta, ma anche la malinconia, tipiche della “Emerald Island”, all’interno delle tracce di questo album, in cui Robbie Crane e Chad Szeliga hanno, uno dopo l’altro, sostituito Marco Mendoza e Jimmy De Grasso nei ruoli di bassista e batterista, un lavoro che non ha pause nè cali di tensione, e questo neppure quando, la malinconia o la dolcezza delle ballads, prendono il posto dei riff più affilati e ruvidi.

Una band, questi BSR, che sembra strutturata apposta per offrire, sul palco, show altamente adrenalinici, in cui grinta e desiderio di donarsi, anima e corpo, al proprio pubblico, trasuda davvero in maniera quasi torrenziale; tanto, dopo, ci sarà comunque per tutti una, o più probabilmente molte, pinte di birra, ottime si per riequilibrare i liquidi perduti, ma soprattutto per cementare amicizie, come nella più classica tradizione degli “Irish Pubs”.

(Nuclear Blast, 2019)

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