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Black Country Communion – Black Country Communion

(Andrea Romeo – 21 maggio 2020)

La Black Country è un’area, vagamente definita, delle Midlands Occidentali inglesi, che va dalla parte nord-ovest dell’area di Birmingham alla parte sud-est dell’area di Wolverhampton e deve il suo nome, principalmente, all’inquinamento industriale che ricopre l’area di fuliggine nera o, secondo una narrazione popolare, alle vene carbonifere che affioravano spesso dalla superficie della brughiera.
Nascere in quelle zone significava essere quasi dei predestinati, ovvero dirigersi verso due direzioni inevitabili quanto decisamente opposte: da una parte l’industria, mineraria e siderurgica, dall’altra la musica. Il perché di questa dicotomia è, se non intuibile, per lo meno ipotizzabile: da una parte un lavoro oscuro e ripetitivo, dall’altra un’attività liberatoria ed a suo modo “ricca di ossigeno”. Non è un caso che, da queste lande “desolate”, provenga un impressionante stuolo di musicisti di indubbia fama: The Spencer Davis Group, The Moody Blues, Joan Armatrading, Nick Drake, The Move, Electric Light Orchestra, Black Sabbath, Judas Priest, John Bonham e Robert Plant

The Voice of Rock Glenn Hughes, non a caso, è proprio di queste parti, e la sua immensa carriera non ha certo tradito l’attitudine musicale di questo territorio. Nel 2010, insieme all’amico Joe Bonamassa, chitarrista e cantante proveniente da Utica (casualmente un’altra città, ma dello stato di New York, che si è sviluppata intorno all’estrazione ed al trasporto del carbone… quando si dice il destino…), decise di mettere insieme una sorta di supergruppo, che mescolasse influenze blues e rock riviste però, alla luce dei percorsi artistici dei singoli musicisti. Su consiglio del produttore Kevin Shirley, una sorta di “nipote”, della Black Country, ovvero Jason Bonham, venne chiamato ad occupare il ruolo di batterista, mentre l’unico soggetto alieno da queste origini “industriali” fu il tastierista Derek Sherinian, “arpionato” dalle spiagge di Laguna Beach, California.

Quattro musicisti, dunque, con già alle loro spalle delle carriere importanti, alcune di esse anche complicate da storie personali difficili, quattro artisti dal carattere forte e dalla personalità vivace, insomma quattro veri e propri leader, ed in questo senso la fusione di quattro soggetti così “ingombranti”, come poi peraltro la successiva storia del gruppo dimostrerà, non era affatto né facile né scontata.

Eppure l’alchimia si creò, la scintilla scattò davvero ed il debutto dei Black Country Communion, con l’album omonimo, fu un successo, un grande successo. Già dall’incontro, avvenuto al NAMM Show di Anaheim, nel 2006, fra Hughes e Bonamassa, era nato qualcosa di interessante: ovviamente, jammare insieme, in un contesto così vivace, seminò l’idea di fare, in futuro, della musica insieme, cosa che accadde, inevitabilmente.

Black Country Communion è un lavoro corale, in cui si mescolano la voce acuta, intensa, inconfondibile, ed il basso funk-rock di Glenn Hughes, la chitarra di Joe Bonamassa, capace di passare con facilità ed eleganza dalle tinte più blues a riff distorti quasi ai confini del metal, il drumming di Jason Bonham che è, inevitabilmente, figlio di cotanto padre per potenza ed energia ai quali si aggiunge un Derek Sherinian che, a differenza di molti suoi colleghi, è un tastierista poco appariscente, ma dalla grande sostanza, che non ama il virtuosismo ma predilige creare un tappeto di suoni in grado di amalgamare il sound complessivo del gruppo.

Undici brani scritti ex-novo, ai quali viene affiancata l’unica cover, Medusa, ripescata da Hughes dal repertorio della sua prima band, i Trapeze, e qui riproposta con un piglio decisamente più dinamico.

A cavallo tra hard-rock e rock-blues, questo debut album, intenso e convincente, poggia le sue solide basi sulle doti, sull’estro e sulla creatività di quattro musicisti dalla classe sconfinata, capaci di inventare, si, ma senza mai voler strafare, e sempre in grado di porre un argine alla propria torrenziale inventiva così da amalgamarla con il resto del gruppo.

(Mascot, 2010)