Betty Davis – They Say I’m Different

(Andrea Romeo – 3 luglio 2020)

L’ex marito, Miles Davis, sposato nel 1968 e dal quale si separò nel 1969, ebbe a dire di lei: “E’ stata Madonna prima di Madonna, Prince prima di Prince“.

In questa lapidaria, ma sincera definizione, si può leggere tutta la grandezza, peraltro mai sufficientemente considerata, di un’artista, e di un personaggio, che contribuì ad innescare, quasi senza saperlo, tutta una serie di fenomeni musicali, salvo poi chiamarsi fuori proprio nel momento in cui, queste primogeniture, avrebbero potuto farne una star conclamata.

Nel 1962, la sedicenne Betty Mabry si trasferì a New York, per studiare disegno al Fashion Institute of Technology, e la sua vita di giovane ragazza proveniente dalla provincia americana (era nata a Durham, North Carolina, nel 1945) mutò radicalmente. Il decennio successivo fu per lei, letteralmente, un tourbillon di attività: come fotomodella apparve sulle copertine di note riviste, quali Seventeen, Ebony e Glamour, divenne intima amica di Jimi Hendrix e di Sly Stone, nel 1967 conobbe Miles Davis, che sposò l’anno successivo, e dal quale si separò due anni dopo.
Nonostante la breve durata della relazione, Davis stesso ebbe a confessare l’enorme importanza che aveva avuto, Betty, nella sua evoluzione musicale, soprattutto per il fatto di averlo fatto avvicinare alla psichedelia (Hendrix), palesatasi poi in Bitches Brew, progenitore del jazz-fusion, ed al funk (Stone), determinando molte delle sue scelte artistiche successive.
Trasferitasi a Londra, dove proseguì l’attività di modella, iniziò a scrivere brani musicali cosicchè, tornata negli States, dove fu anche disegnatrice di abiti ed elemento di spicco della scena del Greenwich Village, raccolse intorno a sé un nutrito gruppo di ottimi musicisti con i quali realizzò il suo primo album, Betty Davis, registrato nel 1973 presso i Wally Heider Studios di San Francisco.

Quello che poteva sembrare una sorta di divertissement occasionale, divenne in realtà una vera e propria carriera tanto che, l’anno successivo, con un gruppo di artisti ancora più numeroso, mise in cantiere il suo secondo lavoro, registrato presso i Record Plant Studios di Sausalito, dal cui titolo, They Say I’m Different, già si palesava la consapevolezza di essere, davvero, una persona fuori dal comune. Un album che, la rivista The Wire, inserì fra i “100 Records That Set the World on Fire (While No One Was Listening)”.
Otto tracce che vanno dal blues, sporco e grezzo, al funk più ricco di groove e di una carica sensuale che Betty sprizzava da tutti i pori, sia nelle sue performance live che nei servizi fotografici, in cui veniva immortalata sempre con espressioni sfrontate ed aggressive.

Dalle sinuose Shoo-B-Doop And Cop Him e He Was A Big Freak, in cui splende la sua voce ruvida, roca, graffiante, sostenuta da un “walking groove” imponente, ad una Your Mama Wants Ya Back in puro stile Isaac Hayes, in cui dominano basso e tastiere, per arrivare a Don’t Call Her No Tramp che richiama, neppure troppo lontanamente, alcune soluzioni adottate da Stevie Wonder, soprattutto negli uptempo tastieristici.

Il funk domina, incontrastato, con qualche deriva protodance, rintracciabile in Git In There, brano assolutamente da Studio 54, in cui la ritmica precisa e metronomica lascia ampio spazio alle tastiere ed alle chitarre per fare, letteralmente, “fuoco e fiamme”, dopodichè si torna alle atmosfere, fumose e dark, quasi da colonna sonora per un hard boiled movie, grazie alla title-track, They Say I’m Different in cui aggressività e sensualità si mescolano in un mix esplosivo, alla cupa 70’s Blues, che trascina l’ascoltatore nei meandri della New York, Los Angeles o Chicago, più black e periferica, per chiudere con Special People che prosegue, con il suo andamento malinconico e notturno, l’andamento ed il mood dei brani precedenti.

Il successo non arrise, all’epoca, nè a questo album né al successivo, Nasty Gal, uscito nel 1975, ed il fatto pare indubbiamente inspiegabile, considerando che il sound, il livello esecutivo e la voce poderosa e sensuale di Betty Davis, erano perfettamente in linea con le produzioni del periodo, e che il suo funk rabbioso, vicino al rock, ed il look aggressivo e sexy, non erano certamente elementi secondari o poco appariscenti.

Ma, come aveva lei stesso affermato… “Dicono che sono differente”, e la sua libertà di donna, per di più di colore, risultava eccessiva per l’establishment musicale; case discografiche, produttori, manager la esortavano a cambiare immagine, modo di vestire, ma soprattutto atteggiamento.
Troppo shoccante, troppo “hardcore”, per essere una donna, troppo sfrontata e sicura di sé, per poter emergere nel mondo della musica, ed ottenere quel successo che avrebbe meritato, ma che le è sempre stato negato.
Avrebbe dovuto stravolgere la sua stessa natura, diventare un’altra persona ed allora, in silenzio, quasi di nascosto, si sfilò da quell’ambiente e da quelle dinamiche, preferendo l’oblio.

Il fatto che, questa repentina e, tutto sommato, breve apparizione nell’ambito musicale (1973–1975), sia stata riconosciuta, ma soltanto decenni dopo, come uno dei momenti più rilevanti, nell’ambito evolutivo del soul, del funk e della black music in generale, appare soltanto in minima parte risarcitorio, nei confronti di un personaggio che si può a buon diritto considerare, come si usa spesso dire, davvero “troppo avanti” per la propria epoca.

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