Beck, Bogert, Appice – BBA

(Andrea Romeo – 29 giugno 2020)

Il talento c’era, ed in quantità persino esagerata, le referenze anche, perché le band di provenienza erano parte della crème dei due lati dell’oceano, la creatività non mancava certo, ed al massimo il problema era quello di riuscire a contenerla e canalizzarla, in modo da renderla produttiva tuttavia, mai come in questo caso può risultare legittimo affermare che, nonostante le premesse, “la montagna ha partorito un topolino”.

Jeff Beck, chitarrista eclettico e fantasioso, probabilmente il miglior prodotto del blues britannico, ma assolutamente difficile da gestire, proveniva da significative esperienze con Yardbirds e Jeff Beck Group; Tim Bogert, bassista vulcanico e dalle linee molto energiche e dinamiche, aveva contribuito a fondare e lanciare due band seminali, ovvero i Vanilla Fudge (con Mark Stein, Vince Martell e Carmine Appice) ed i Cactus; Carmine Appice, infine, anch’esso coinvolto nella nascita dei Vanilla Fudge e dei Cactus, viene considerato, da Rick Van Horn di Modern Drummer, come colui che ha dato forma agli standard della batteria, hard rock ed heavy metal, ancor prima di John Bonham e Ian Paice.

Insomma, in tutto e per tutto un “supergruppo” e, nello specifico, un power trio che rinnovava esperienze appena precedenti, e decisamente illustri, quali Cream, Jimi Hendrix Experience, Blue Cheer, e che, esattamente come quelle esperienze, non ebbe certamente una vita facile ed anzi, nello specifico, neppure lunga.

I tre si incontrano nel 1973 e, dopo pochissimo tempo, licenziano il loro primo, ed anche unico, album in studio, l’omonimo Beck, Bogert, Appice, un mix di blues ed hard-rock che, all’epoca, si proponeva come un approccio musicale decisamente in ascesa.
Tecnicamente, al lavoro non manca nulla, sviluppandosi attraverso nove brani, dei quali quattro, inediti, e scritti dai tre, insieme ad altri collaboratori, cui si affiancano cinque cover, decisamente importanti, ed affatto scontate.

Partendo proprio dalle cover, Black Cat Moan e Sweet Sweet Surrender sono uscite dalla penna del songwriter, compositore ed arrangiatore di Memphis Don Nix: la prima è caratterizzata da un ritmo ondeggiante e da un notevole lavoro di Beck alla slide guitar, mentre la seconda è una morbida ballad, in cui si trovano, in primo piano, chitarra acustica e voci; decisamente interessante è la terza cover, ovvero una versione molto “zeppeliniana” di Superstition: l’hit di Stevie Wonder viene letteralmente “spogliata” da qualsiasi traccia di tastiere, fiati ed archi e riproposta in una versione chitarristica cruda ed essenziale, in cui Beck e Bogert si scambiano ritmica e fraseggi mentre Appice dà prova di essere un batterista davvero innovativo, nel momento in cui crea una serie di pattern che, non solo sorreggono il brano, ma contribuiscono, in modo importante, all’arrangiamento complessivo, sottolineandone e caratterizzandone diversi passaggi; Why Should I Care, opera del compositore e musicista di Philadelphia Ray Kennedy, è un robusto rock ‘n roll, senza fronzoli, diretto e molto “americano”, in pieno stile Grand Funk Railroad, mentre l’ultima cover pesca, nel vasto repertorio soul di Curtis Mayfield, estraendo una I’m So Proud decisamente soft e rilassata, che chiude l’album con una spruzzata di soul blues che fa seguito alle sfuriate elettriche precedenti.

E poi ci sono i brani “originali”, che rappresentano qualcosa di differente, anche rispetto allo stile che i tre avevano manifestato nelle esperienze precedenti, e questo perché già Lady e Oh to Love You, virano decisamente verso i lidi del pop: la prima è un brano decisamente virtuosistico, sin dall’intro, in cui tre mettono in chiaro quale sia la loro padronanza tecnica, messa al servizio di un brano movimentato e brillante, ricco di break, di ripartenze ed in cui il basso di Bogert e la chitarra di Beck, spesso e volentieri sciorinano linee complesse ed articolate, rincorrendosi, mentre la batteria di Appice, come già nei brani precedenti, risulta tanto dinamica quanto creativa, grazie a fill rapidi e brillanti; la seconda è una classica e lineare ballad pop, caratterizzata da interessanti incroci vocali e da un bel lavoro “sotterraneo” del basso.

Lose Myself with You è un rock animato e vivace, in cui Beck “gioca” con il pedale wah wah mentre, Bogert ed Appice, si inventano interessanti uptempo, stop in levare, e passaggi ricchi di pause e ripartenze immediate; Livin’ Alone suona invece come una sorta di rock-shuffle, in cui spicca il lavoro i chitarra di Beck, un brano abbastanza curioso ed inusuale, che rimanda in parte ai primi Deep Purple, quelli di Hush, per intenderci, ma anche a certe atmosfere care ai texani ZZ Top.

Come detto, in quest’album c’è tutto: dall’influenza di artisti coevi, frequentati o ascoltati dai tre, alle capacità tecniche ed esecutive messe in mostra dal trio, ad una certa fantasia nell’assemblare un lavoro decisamente vario, mai monocorde e ricco di trovate, sia nei suoni che negli arrangiamenti; un buon album, quindi, certamente gradevole, ma privo di quel quid che ne avrebbe potuto fare un piccolo capolavoro.
Poteva essere, sicuramente, una buona, forse ottima, base di partenza, considerando che non c’è, fra le nove tracce, una vera e propria hit single ma, dopo un fortunato tour che sfociò nella pubblicazione di un live, registrato presso la Koiseinenkin Hall di Osaka, in Giappone i tre si separarono: Beck, vero e proprio cavallo pazzo, tanto geniale quanto sregolato ed impulsivo, disse basta, ed il progetto morì in quell’istante.

Difficile dire se, questo power trio, avrebbe potuto seguire le orme degli illustri colleghi: certamente ne aveva sia la capacità che l’attitudine mentre le qualità che sarebbero comunque mancate erano, probabilmente, la coesione e la costanza nel puntare ad un obbiettivo preciso, perseguendolo con dedizione e continuità.

Bogert ed Appice erano certamente in grado di garantire, questo tipo di approccio, artistico ma anche mentale, Beck decisamente no, per cui, se di occasione sprecata si può parlare, e probabilmente lo è stata davvero, la responsabilità principale è certamente da attribuire al chitarrista di Sutton.

(Epic Records, 1973)

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