Ayers-Cale-Eno-Nico – June 1, 1974

(Andrea Romeo – 6 aprile 2020)

Il termine “sui generis” viene definito, grossomodo, con “… quanto denota una spiccata originalità o singolarità…”, e ben si adatta ad una realizzazione discografica quale è stata June 1, 1974, cronaca di un concerto unico, in tutti i sensi, anche perché mai più replicato, tenutosi in quella esatta data al Rainbow Theater di Londra. In realtà Kevin Ayers, cantautore, chitarrista e bassista inglese tra i protagonisti della “scena di Canterbury”, quel concerto lo aveva in programma come solista, e questo in occasione del suo rientro in Inghilterra, proveniente dalla Valle del Rodano ma, tant’è, decise di invitare qualche amico, per dare un tono più elaborato alla serata.
La prima ad essere contattata fu Nico, la “Sacerdotessa delle Tenebre” proveniente da Colonia, già voce ed icona dei Velvet Underground, grazie alla quale Ayers colse anche l’occasione per invitare John Cale, che era incidentalmente a Londra per delle registrazioni. Già avere due quinti dei Velvet, oltretutto per una singola serata, costituiva un gran colpo, ma la faccenda si fece ulteriormente interessante perché Cale stesso stava lavorando con Brian Eno, il quale fu ben felice di unirsi al gruppo, in cui militavano due fra i suoi artisti preferiti.

Le dinamiche musicali di quegli anni erano, però, talmente “liquide” ed imprevedibili, da mettere subito ulteriore carne al fuoco: Ayers contattò Robert Wyatt, batterista e, dopo l’incidente che lo paralizzò, cantante, già suo compagno nei Soft Machine, ed ancora il giovane Mike Oldfield, reduce dal successo di Tubular Bells, il chitarrista Ollie Halsall, già con Timebox, Patto, Boxer e con lo stesso Ayers, Archie Leggatt, lo storico bassista che aveva lavorato con Wonderwheel, Tony Sheridan, Sylvie Vartan, Charles Aznavour, Stan Getz, Eddie Lewis, Francoise Hardy e Johnny Halliday), il tastierista John “Rabbit” Bundrick, collaboratore di Who, Bob Marley, Roger Waters e Free, ed infine il batterista Eddie Sparrow con cui aveva recentemente collaborato; quasi senza volerlo si era creato una sorta di all-star team che, per la gioia dei tremila spettatori presenti, calcò per una sera il palco del prestigioso teatro londinese, ovviamente sold out.

Un gruppo di artisti davvero geniale ed eccentrico, e che interpretò con quella stessa attitudine un pugno di brani altrettanto geniali: Eno lascia andare il piano su Driving Me Backwards, quasi in una sorta di trance, Halsall si scatena su Baby’s on Fire, Cale si impossessa e fa sua Heartbreak Hotel, Christa Paffgen, in arte Nico, assorbe la morrisoniana The End e la esprime attraverso la sua voce profonda algida ed emozionante, accompagnandosi con l’harmonium.

La serata non lesina davvero momenti appassionanti, anche quando, nei successivi brani targati Ayers, tutti i musicisti vengono chiamati, non solo ad interpretarli, ma a contribuire significativamente ad una sorta di loro nuovo arrangiamento, realizzato sul palco per l’occasione: Halsall e Bundrick si rincorrono su Stranger in Blue Suede Shoes, Oldfield duetta con Ayers su Everybody’s Sometime and Some People’s All the Time Blues, brano in cui e Wyatt, a farsi da parte.
Difficile ipotizzare un altro episodio simile, negli anni a venire, anche e soprattutto per l’eterogeneità di un gruppo di musicisti che è stato in grado di amalgamarsi in un tempo limitatissimo e di dar luogo ad uno spettacolo affascinante e, per certi versi, straniante.
Probabilmente, ed anche giustamente, si è trattato proprio per questo di un unicum, privo di ulteriori repliche, perché, un evento del genere, andava fissato in quel momento esatto, così da divenire a suo modo iconico.

Una band senza nome, che registra un singolo album, dal vivo, il quale ha come titolo la semplice data dell’esecuzione: se non c’è del genio, anche in tutto ciò…

(Island, 1974)

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