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Anthony Phillips – The Living Room Concert

(Andrea Romeo)

Anthony Phillips, ovvero la passione per la chitarra, soprattutto la dodici corde: raramente un musicista si è identificato in maniera così intima con il suo strumento e questo perché non si è mai trattato soltanto di utilizzarlo, ma anche e soprattutto di realizzare attraverso di esso, passo dopo passo, un modo di suonare, un approccio compositivo, una ricerca di suoni, di stile e di dettagli.

Sin dai suoi esordi con i Genesis, di cui fu tra i fondatori, Phillips si è dedicato con assiduità agli strumenti acustici, ovvero chitarre a sei e dodici corde e salteri, strumenti che hanno caratterizzato in maniera significativa il suono del gruppo, non solo in quel periodo, ma anche negli anni immediatamente seguenti (The Musical Box, che apriva Nursery Cryme, il primo album senza di lui, era stata di fatto costruita quando Anthony era ancora presente); nei due album realizzati con la band, From Genesis to Revelation e Trespass, ha lasciato tuttavia tracce importanti anche con la chitarra elettrica (The Knife).

Per motivi mai del tutto chiariti (si parla, da sempre, di panico da palcoscenico, ma sono stati anche ipotizzati dissidi con Peter Gabriel…) abbandonò i compagni nel 1970 per intraprendere una lunghissima carriera solista, che dura ancora oggi, nella quale spicca l’assenza, pressochè totale, di esibizioni dal vivo.

Nei successivi cinquant’anni, il chitarrista londinese realizzerà oltre una trentina di album in studio, a partire dai due capolavori The Geese & the Ghost e Wise After the Event, la maggiorparte dei quali proporrà colonne sonore per trasmissioni televisive, diventando così un apprezzato produttore di library music destinata a documentari, a serie TV celebri come Survival, ma anche ai musical, come ad esempio l’allestimento teatrale di Alice con Richard Scott o a diversi spot pubblicitari.

Oltre a ciò, si è reso protagonista di numerose collaborazioni con altri artisti, fra i quali l’ex-collega Mike Rutherford, Camel, Asha (Denis Quinn), Mother Gong, John Hackett, Anna Madsen, Al Lethbridge e gli italiani Algebra; nel 2009, quasi a voler chiudere un immaginario cerchio, apertosi giusto quarant’anni prima, ha collaborato con Steve Hackett, ovvero colui che lo aveva sostituito nei Genesis, suonando le chitarre acustiche nell’album Out of the Tunnel’s Mouth, proponendo un’abbinata che farebbe ancora sognare soprattutto i fans più ortodossi della band.

Nel 1995, l’unico “strappo” alla consuetudine di non suonare dal vivo: Phillips, in qualità di ospite, registra The Living Room Concert, testimonianza di una performance radiofonica, la prima registrata live dal musicista britannico, che faceva parte della trasmissione US Radio Echoes in cui i conduttori, Kimberly Haas e John Diliberto, propongono durante una quotidiana diretta notturna di un paio d’ore, artisti di genere ambient, space, elettronica e new-age; oltre a Phillips, vi sono transitati, tra gli altri, Brian Eno, Peter Gabriel, Laurie Anderson, Philip Glass ed ancora Yo-Yo Ma, Pat Metheny, Loreena McKennitt, Steve Roach, Air.

Una trasmissione, ma soprattutto un contesto, decisamente consoni all’attitudine umana e musicale di Phillips, il quale ha optato per un’interessante soluzione: ha selezionato dieci brani, fra quelli ritenuti tra i più rappresentativi della sua carriera, e li ha riproposti in chiave rigorosamente acustica; ecco che allora Reaper, Which Way The Wind Blows, Henry: Portrait Of Tudor Times, Conversation Piece, Flamingo, Field Of Eternity, Sistine, Lights On The Hill, Last Goodbyes e Collections, vengono in un certo senso “spogliati” dei loro arrangiamenti originari e riproposti in una forma essenziale, minimale: accompagnandosi con le sue chitarre, o con il pianoforte, e cantando, laddove i brani prevedano una parte vocale (Which Way The Wind Blows era stata affidata, originariamente, alla voce di Phil Collins…) Phillips realizza una piccola gemma musicale, un’ora circa di melodie acustiche delicate ed avvolgenti, da lui stesso presentate, che raccontano e sintetizzano non soltanto una intera carriera, ma un percorso musicale molto preciso, perseguito totalmente al di fuori delle mode che, periodicamente, caratterizzano lo show business.

Anthony Phillips, che non ha mai mostrato rimpianti per “ciò che avrebbe potuto con i Genesis e invece non è stato”, rappresenta davvero una figura di musicista integro, coerente con sé stesso, capace di scegliere un percorso e di seguirlo senza tentennamenti di alcun tipo, ma soprattutto senza mai avere avuto la tentazione di produrre musica, diciamo così, “da classifica”: da molti viene considerato come una sorta di (auto)esiliato della musica rock, ma ciò che invece traspare, sia dalle interviste rilasciate sia da album come questo, che di fatto riassume la prima ventina d’anni della sua carriera, è una assoluta e totale serenità, per quanto riguarda le scelte fatte e per ciò che concerne la direzione artistica intrapresa, entrambe decise del tutto liberamente.

E che il musicista e compositore abbia avuto, sin dall’inizio della propria carriera, un approccio decisamente originale con la musica che ha trasferito poi nei suoi lavori solisti, lo conferma lui stesso durante un’intervista, rilasciata a Il Popolo del Blues (http://www.ilpopolodelblues.com/wp/2012/07/credo-in-music-intervista-con-anthony-phillips/) , il 16 Luglio del 2012, nella quale, ad un certo punto, afferma: “Beh in fondo se già pensiamo alle lunghe tracce epiche composte in quel periodo, anche insieme a me, come Looking For Someone in Trespass, le possiamo definire come materiale incredibilmente quasi orchestrale. Musica che non aveva una sequenza strofa e ritornello, ma una serie di sezioni interne, accordi complicati e progressioni in crescendo: ciò significa scrivere in maniera quasi orchestrale e poi eseguire con strumenti non orchestrali. Non trovi che, scoprire quel lato orchestrale della band già in quei giorni, renda meno sorprendente oggi l’uscita di questi dischi solisti?

(Voiceprint Records/Esoteric Records, 1995)