Alter Bridge – Walk the Sky

(Andrea Romeo – 19 maggio 2020)

Tre quarti dei Creed, ovvero il chitarrista Mark Tremonti, il bassista Brian Marshall e il batterista Scott Phillips, i quali si aggiunge la voce di Myles Kennedy, già con i Mayfield Four, e di lì a poco anche con la band di Slash.
Gli Alter Bridge si riassumono in questi quattro nomi, ed in una vicenda artistica, tutto sommato, abbastanza sotto traccia: mai un grandissimo airplay, un riscontro abbastanza limitato nell’ambito del mainstream, mai una particolare attenzione da parte delle etichette discografiche; nonostante ciò la band ha trovato, nel tempo, una dimensione ed un consenso decisamente solidi, ma anche una indiscutibile credibilità.

La band giunge al sesto album in studio dopo aver licenziato due album dal vivo, Live at the O2 Arena + Rarities, 2017 e Live at the Royal Albert Hall, 2018, ma soprattutto dopo un quinquennio in cui l’attività dei musicisti è stata, a dir poco, molto più che intensa, divisa tra attività solista e numerose collaborazioni.

Walk the Sky è un lavoro che fa già, e farà ancora, discutere perché, quando le aspettative sono molte, ovviamente l’attenzione cresce parecchio, soprattutto dal momento in cui il loro precedente album in studio, The Last Hero, datato 2014, aveva suscitato più di una perplessità riguardo non solo alla produzione, quanto soprattutto alla vena compositiva del gruppo, apparsa nell’occasione meno felice rispetto al periodo precedente.

Gli Alter Bridge non si sono certamente persi, e questo è sicuro: Kennedy rimane uno dei migliori cantanti hard-rock in circolazione, il suo timbro e la sua dinamica vocale sono fra le cose migliori che si possano ascoltare, e questa è la prima certezza; la seconda è che Marc Tremonti è ancora un chitarrista dalla molte intuizioni, dalle molte soluzioni e capace di passare dall’arpeggio più delicato al riff più feroce senza la minima esitazione, nel mentre la sezione ritmica di Marshall e Phillips non perde un colpo, assecondando la molta carne al fuoco posta in essere dalle quattordici tracce che costituiscono l’album.

Tante idee, dunque, alcune delle quali davvero interessanti, anche in prospettiva “live”: Wouldn’t You Rather, Godspeed, Native Son, Take The Crown, la più oscura Indoctrination o Forever Falling, sono brani che contengono una notevole carica, pronta ad esplodere su un palco ma che, nelle tracce in studio, sembra quasi tenuta sotto controllo, frenata, e questo dà adito alle perplessità, soprattutto a livello sonoro, che questo lavoro trasmette. In generale, ma soprattutto nei brani più energici, quelli più carichi, i suoni, specie quelli di batteria e di chitarra, appaiono fin troppo compressi, faticano ad uscire e, malgrado l’album sia un deciso passo in avanti rispetto al precedente, soffre parecchio per questa sorta di “iperproduzione”, che tende ad omogeneizzarlo troppo.

The Bitter End, ad esempio, è un ottimo brano in cui, probabilmente, le tracce di chitarra ritmica sovraincise sono eccedenti e nel quale, un arrangiamento più scarno, più asciutto, meno ipertrofico, avrebbe rivelato pienamente la reale portata del pezzo stesso; questa sensazione si percepisce in modo netto quando la band si esprime dal vivo, senza appunto tutti questi eccessi di produzione: suoni secchi, precisi, una dinamica maggiore ed una maggiore alternanza di pieni e vuoti, che giovano decisamente alla resa dei brani stessi. Lo stesso Kennedy peraltro, in un’intervista, ha affermato che: “Siamo decisamente una band dal vivo. Per noi questo è tutto. Facciamo dischi così da poter andare fuori e suonare per la gente.

Se ci si permette il parallelo, ardito se non altro per genere musicale ed epoca, la sensazione che si prova ascoltando Walk the Sky è la stessa che si ha riascoltando l’originale Let it Be, dei Beatles, dopo aver passato nel lettore Let it Be Naked: le incisioni originali, private delle sovraincisioni decise da Phil Spector, hanno recuperato in pieno la loro freschezza e brillantezza originarie.

Chi è un appassionato e fedele fan degli Alter Bridge ritroverà, in buona parte, la band che ha imparato a conoscere durante gli anni, nei suoi momenti migliori; chi invece si avvicina alla loro musica per la prima volta, probabilmente ne coglierà soltanto in parte la reale levatura, e questo proprio per il fatto che, in diversi passaggi, togliere suoni, scaricare gli arrangiamenti, alleggerire la struttura, sarebbero state forse operazioni migliori rispetto a quanto è stato invece deciso dietro al mixer.

(Napalm Records, 2019)

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