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Airbourne – Boneshaker

La frase “Born under a bad sign” non è solo il titolo del secondo album in studio del chitarrista e cantante statunitense Albert King, pubblicato nel 1967, ma è divenuta di fatto un’espressione gergale, come per dire… “nato sotto una cattiva stella”.

Non è proprio del tutto così, ma è un fatto che, gli Airbourne, sin dalle loro prime apparizioni, si siano ritrovati appiccicati addosso l’etichetta, inizialmente magari anche gradevole, ma via via sempre più scomoda, se non proprio fastidiosa, di “cloni” degli AC/DC.

Alcune consonanze sono, di fatto, inevitabili: sono australiani, di Warnambool, hanno respirato la musica degli illustri connazionali fin da ragazzi, insieme a quella dei Rose Tattoo e, quando sei ragazzino, tendi naturalmente ad imitare i tuoi idoli, per cui imposti il tuo modo di suonare in un certo modo: nel momento in cui inizi ad avere un certo successo è del tutto evidente che, l’ultima cosa che ti viene in mente, sia quella di cambiare tutto.

E’ un po’ quello che è successo ai fratelli (altra casualità invero sorprendente…) Joel O’Keeffe, voce, chitarra e Ryan O’Keeffe, batteria, quando hanno incrociato Justin Street, basso e David Roads, chitarra ritmica, e suonare come supporto a Mötley Crüe, Motörhead e Rolling Stones, non ha fatto altro che far crescere consapevolezza e fiducia in sé stessi, facendo si che il quartetto, dopo il primo EP autoprodotto dal titolo Ready to Rock uscito nel 2003, volasse negli States per registrare il debutto, datato 2007, dal titolo Runnin’ Wild.

Come per gli illustri conterranei, stessi rimproveri ma anche grandi consensi: la band si è creata un vasto seguito in giro per il mondo, rimbalzando sempre, con una certa ironia, le continue critiche ricevute: Joel O’Keeffe, nel 2008, durante un’intervista a MetalSucks, affermò senza problemi: “Oh, amico, ormai, chiunque tu sia, quando hai successo, soprattutto se suoni in Australia come noi, è davvero difficile evitare tali confronti. Non importa chi tu sia ma sarai sempre confrontato a qualcun altro. L’essere confrontati con la miglior band rock and roll del settore, tuttora in attività e che al momento è in procinto di pubblicare un nuovo album, per noi è un grandissimo complimento.

L’album con cui si ripresentano nel 2019, Boneshaker, reca uno sticker, in copertina, che vale più di qualsiasi altra definizione: “This is a f**kin’ rock ‘n’ roll record”, e l’ascolto conferma esattamente questa lapidaria affermazione.

Sudore e rock and roll: questo, e soltanto questo, si trova nelle dieci tracce dell’album, e nelle due bonus tracks dal vivo registrate, sempre nel 2019, al Raumarock, in Norvegia, ed a Wacken, in Germania.

Mattew Harrison ha sostituito Roads alla chitarra ritmica nel 2017, ma il cocktail non è assolutamente cambiato: batteria e basso che viaggiano dritti filati per la loro strada, chitarre aggressive e secche, voce roca e “vissuta”, ritmi sempre alti, assoli non frequentissimi né particolarmente lunghi o elaborati, ma sempre ricchi di pathos, ed una semplicità di fondo che rende questo lavoro, al pari dei precedenti, decisamente piacevole da ascoltare, magari in auto, e con il finestrino abbassato.

Quanto al lavoro, in studio, con uno dei più importanti produttori di Nashville, Dave Cobb, è sempre il cantante e chitarrista a dire la sua: “È stato un concerto, ma in studio. È una cosa che avremmo sempre voluto fare, trovare il modo di racchiudere in uno studio tutta l’energia di un live degli Airbourne. Dave è riuscito a catturare la nostra potenza e ad inciderla su disco”.

Dieci brani brevi, brucianti, in puro stile rock anni ’70, perché esattamente questo è il background, peraltro mai assolutamente negato dalla band, che ha unito e che fornisce agli Airbourne il carburante per proseguire la loro cavalcata che, per quanto riguarda Boneshaker, significa trenta minuti scarsi di musica diretta, senza alcun tipo di edulcorazione, senza tastiere, chitarre acustiche, senza una ballad ad interrompere il ritmo in modo che, i giri del motore degli australiani, possa girare sempre al massimo.

Questo ci si aspettava dalla band, questo la band ha prodotto e regalato al proprio pubblico, nulla di più, nulla di meno.

Ci sono due approcci differenti rispetto al fare musica; chi si sente più “esploratore” e prosegue in una direzione, riservandosi di cambiare quando ha valutato di essere giunto al capolinea dell’esperienza in corso e chi, invece, ha deciso che, la strada da percorrere, sarà una ed una sola, e su quella procede.

Scelte antitetiche, entrambe legittime e più che motivate: gli Airbourne hanno optato per la seconda ed almeno fino ad oggi sono stati fedeli ad essa ed a sé stessi; come recitano “antenati” nobili, “I know, it’s only rock ‘n’ roll, but I like it” e quindi, prendere o lasciare, perché la proposta è onesta, diretta e fatta senza nascondersi, come conferma il brano che chiude l’album, Rock ‘n’ Roll For Life.

Se volete farvi davvero “scuotere le ossa”, come da titolo, mettetevi pure comodi… si fa per dire…

(Spinnefarm Records, 2019)