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Affinity – Affinity

(Andrea Romeo)

Agli appassionati di musica che esplorano gli scaffali di quei negozi di dischi ancora in attività, capita di rimanere colpiti dalle immagini o dalla grafica di qualche copertina; il più delle volte, peraltro si tratta di album pubblicati da artisti poco conosciuti, ma che attirano l’attenzione, quasi chiamando all’acquisto.

La band di cui parliamo sono gli Affinity, nati nel 1965 all’interno del dipartimento di Scienze dell’Università del Sussex a Brighton; la copertina, senza alcun dubbio una delle più belle, evocative ed iconiche mai realizzate, è opera di Marcus Keef MacMillan, autore di diverse cover per conto dell’etichetta discografica Vertigo. Per raccontare la storia del gruppo e del suo unico album, occorre tornare proprio al 1965, quando tre studenti di scienze, Lynton Naiff (tastiere), Grant Serpell (batteria) e Nick Nicholas (contrabbasso) iniziarono a suonare come trio jazz; Serpell fu presto sostituito da Mo Foster, mentre continuò la ricerca di una voce, sino a quando i tre incrociarono una giovane studentessa di Hammersmith, Linda Hoyle.

La loro storia iniziò con il nome provvisorio di Baskervilles e di questo primo periodo esistono diverse registrazioni ufficiose: Origins: The Baskervilles-1965, che contiene materiale del 1965, Origins 1965-67, che copre anche la produzione dei due anni successivi e Live Instrumentals-1969, risalente alla fase in cui il gruppo aveva già assunto il nome definitivo, che comprende una serie di brani strumentali di poco antecedenti all’uscita del primo album ufficiale.
In questo periodo il quartetto si diede parecchio da fare per acquisire una strumentazione quanto più possibile professionale: arrivarono un organo Hammond M102, un basso elettrico Gibson EB0, un impianto audio adeguato e, per i sempre più frequenti spostamenti, un… leggendario Ford Transit di colore verde.
Nel frattempo, tra un’esibizione e l’altra, avevano cercato anche un nome adeguato, decidendo infine di ispirarsi al titolo di un album realizzato nel 1962 dal trio di Oscar Peterson il cui nome era, per l’appunto, Affinity.

Verso la fine del 1968 il primo concerto di una certa importanza presso il Revolution Club di Bruton Place a Mayfair, nel West End di Londra, un successivo show venne registrato nel corso del programma BBC Radio Jazz Club e fu proprio in quell’occasione che Ronnie Scott, personaggio musicale già leggendario, si offrì di fare loro da manager, aprendo inoltre alla band le porte del suo famoso jazz-club. Da quel momento ebbe inizio una fitta serie di concerti nei club e nelle sale da ballo londinesi, con puntate anche in diversi festival in Europa ed in Scandinavia; lavorarono anche per la tv, curando in particolare i commenti musicali di numerosi spot. L’anno decisivo fu senza dubbio il 1970, quando ebbero la possibilità di registrare il loro primo album ufficiale, dal titolo omonimo, con Foster dirottato definitivamente al basso, Serpell rientrato alla batteria e Mike Jopp ad occuparsi delle chitarre.

Sette tracce di cui cinque cover e due originali, cui vanno aggiunti altri otto brani, sei cover e due originali, pubblicati nell’edizione in cd uscita diversi anni dopo e, come già detto, una copertina tra le più belle mai viste in assoluto per un album che non ha davvero nulla da invidiare ad altri, usciti nello stesso periodo.

Si parte con un brano inedito, I Am And So Are You, scritto da Alan Hull, cantante, chitarrista e tastierista dei Lindisfarne, mai pubblicato su album, e subito l’attenzione viene catturata da tre suggestioni: l’uso dei fiati, non così frequente, o per lo meno non in modo così esteso, le chitarre “acide” di Jopp e, soprattutto la voce affascinante, ricca di bassi profondi e graffiante nelle frequenze più alte, di Linda Hoyle.

Secondo brano, e cambia tutto perché Night Flight, scritta dal chitarrista e dalla cantante, è un vero gioiello che spicca il volo in un’atmosfera morbida ed evocativa per poi lanciarsi in una cavalcata psichedelica degna dei migliori Jefferson Airplane in cui la vocalist si inerpica lungo le gamme tonali con un’intensità ed una energia stupefacenti, accompagnata dal torrenziale Hammond di Naiff.

Una band in gran forma dunque, che si impossessa di I Wonder If I’ll Care As Much degli Everly Brothers offrendone una versione quasi sinfonica, poi cattura l’essenza di Mr. Joy, firmata Annette Peacock, riproponendola cupa, a tinte quasi dark, solo a tratti diradate dalle sciabolate vocali della Hoyle.

Il secondo pezzo originale, Three Sisters, vede ancora protagonisti i fiati affiancati da una voce e da una chitarra impetuose, in odore di blues, ed è seguito da Coconut Grove, firmato Loovin’ Spoonful, trasformato in una ballad acustica in stile canterburiano, in cui una Hoyle delicata e sognante viene accompagnata da eleganti chitarre acustiche e da azzeccati inserti di tastiere.

L’album originale si chiude con una strepitosa versione di All Along The Watchtower, tra le migliori cover di questo pezzo mai proposte in assoluto, lanciata dalla Hoyle e ripresa più volte, nei suoi oltre undici minuti, da un Hammond ancora al massimo della creatività, ma le sorprese non sono finite qui: Eli’s Coming, di Laura Nyro, inaugura le bonus tracks con una soul-dance dal piglio allegro e vivace, United State Of Mind sempre di Hull, viene proposta in versione folk acustica, stile Simon & Garfunkel, Yes Man, altro brano originale, ha invece un andamento quasi hard-rock, e ricorda i primi Deep Purple o i Trapeze, mentre If You Live, di Mose Allison, mantiene l’impronta jazz ma si spinge chitarristicamente ai confini del blues: la voce è ancora una volta ruvida, calda e graffiante.

Altra cover di lusso, con Hammond e chitarre sugli scudi, è I Am The Walrus, in una versione abbastanza fedele all’originale ma abbellita dainteressanti inserti strumentali mentre You Met Your Match, marchiata Stevie Wonder e Long Voyage, a firma Carole King, decisamente differenti nello stile, si fanno notare per i suoni molto pastosi e danno modo alla vocalist di muoversi agevolmente su terreni eterogenei.

Si va a chiudere con Little Lonely Man, brano soft-rock scritto dalla Hoyle e dal bassista Mo Foster, quasi un presagio della futura collaborazione che li vedrà protagonisti oltre quarant’anni dopo.

Disco decisamente imperdibile, che si muove tra gli anni ‘60 e ‘70, per una band divenuta oggetto di culto grazie alla capacità di mescolare stili, suoni ed influenze differenti, creando un melting pot sonoro ricco di idee, sollecitazioni e che ha resistito egregiamente al passare degli anni.
La Hoyle si dedicherà, in Canada, alla art-therapy, tornando in attività soltanto nel 2015 mentre la band si scioglierà, dopo un ultimo concerto al Bournemouth’s Winter Gardens Theatre, il 10 febbraio del 1971, salvo riunirsi, occasionalmente, fino ai giorni nostri; ma queste sono, ovviamente, altre storie.

(Vertigo/Repertoire, 1970)