Adriana Varela e Roberto Goyeneche – Il lato Blues del Tango

(Andrea Lenti – 25 febbraio 2020)

Gli americani hanno il Blues, i greci il Rebetiko, i portoghesi il Fado, i messicani hanno avuto Chavela Vargas… gli argentini hanno il Tango.

Cambiano gli stili e gli strumenti, ma alla fine è sempre musica per anime perse, musica che parla di amori finiti male, di sbronze consolatorie, coltelli, puttane con le calze smagliate, notte solitarie…

È un paese appassionante ed unico l’Argentina, un pezzo di Italia e di Spagna finito quasi per sbaglio nella pancia del Sud America. Entri in un bar e ti sembra di essere a Napoli, Torino, Bilbao o Siviglia. Facce fiere attraversate da un velo di tristezza, gente orgogliosa e troppe volte umiliata, una lingua lenta e strascicata, un accento che ti si appiccica addosso e che fai fatica ad abbandonare.

La rivalità col Brasile che vince quasi sempre, ma loro, gli Argentini, continuano a considerare i brasiliani come dei farfalloni un po’ smidollati. Il Tango non poteva che nascere qui, in questo pezzo di Europa alla fine del mondo, e Adriana Varela è probabilmente la più importante interprete vivente di Tango, una star internazionale amata e anche a volte criticata per il suo modo di cantare più parlato che cantato, aiutata da una indiscutibile carica sensuale.

Attiva dai primi anni ‘90, nasce nel 1952 col nome di Beatriz Adriana Lichinchi (Varela è il cognome di un tennista argentino col quale si sposò e del quale mantenne il nome dopo la separazione). Negli anni della spaventosa e sanguinosa dittatura militare è il rock argentino ad essere nel mirino della repressione, mentre il Tango, continuava ad esprimere una marginalità non “politica” ma dell’anima che non veniva fatta propria dai giovani contestatori.  Adriana Varela esce presto dai confini argentini: dopo aver cantato davanti a 50.000 persone in patria viene invitata in Spagna alla fine degli anni ‘90 a cantare con Joaquin Sabina e Manuel Serrat, e nel 2005 torna in Europa a cantare nei più importanti teatri di Francia, Germania, Inghilterra ed ovviamente Spagna.
Al suo attivo ha una decina di album, una fama che la accomuna a grandi interpreti come Edith Piaf e Chavela Vargas. Negli anni si è costruita uno stile unico che prende le distanze dal tango stereotipato della grande Susana Rinaldi – grande interprete “classica “- un modo di cantare lento e recitato, una voce profonda ed estremamente espressiva. Il suo ultimo album, Avellaneda, e’ del 2017.

Roberto “El Polaco” Goyeneche fu il primo ad accorgersi della Varela. Di origine basche, fu soprannominato El Polaco per la sua magrezza e per i suoi capelli rossi. Nato nel 1926, già dagli anni ‘40 si affermò per la sua forte personalità interpretativa e per il suo particolare fraseggio. Protagonista di uno stile di vita bohemiem, sregolato e ribelle, fu una sorta di personificazione del Tango stesso.
Molti giovani di quegli anni scelsero di vivere una vita non ortodossa e spregiudicata per assomigliare ai giovani europei bohémiens e ribelli degli anni ‘50, soprattutto francesi. Cresciuto nel mito di Carlos Gardel, Goyeneche si distinse subito per il suo stile canoro, per i suoi silenzi e le sue pause. La sua capacità interpretativa era così elevata che si appropriò, nell’opinione popolare, di diverse canzoni scritte da altri autori. Ancora negli anni ’90 era considerato il più grande cantante vivente con un riscontro di pubblico simile a quello dello stesso Gardel. 
El Polaco muore nel 1994 e subito dopo gli venne intitolato un viale di Buenos Aires. Fu lui a scoprire Adriana Varela e a farla esibire prima dei suoi concerti, quando era quasi a fine carriera. “Non mi piacciono le ragazze (las nenas) che cantano il Tango, ma Adriana è un caso a parte”. Con questa “raccomandazione”, Adriana Varela si trovò subito su una corsia preferenziale.

Roberto “El Polaco” Goyeneche e Adriana Varela, due tra i più grandi interpreti di quel tesoro dell’umanità chiamato Tango, il Blues argentino.  

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