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Abba – Live at Wembley Arena

(Andrea Romeo)

Kitsch, leziosi, stucchevoli, fuori tempo massimo, disimpegnati, goffi e malvestiti”, oppure anche: “Melodie di gran classe, ma stucchevoli all’ennesima potenza”, ed ancora: “Me*da di classe, ma sempre me*da rimane”: queste alcune “simpatiche” valutazioni, pescate in rete del tutto a caso, che riguardano un quartetto pop svedese che ha, da subito e per sempre, diviso l’audience, ottenendo nel contempo un successo clamoroso.

Ma c’è anche chi, e con una certa autorevolezza, ha esposto argomentazioni sensibilmente differenti: “I would say that the album Arrival is probably their masterpiece. For me, I’ve always said that if you want to understand anything about writing great pop music, you should listen to The Beatles, The Beach Boys and ABBA… I hold ABBA up there, with Led Zeppelin and Pink Floyd.”, parole (riguardo alla musica) di Mr. Steven Wilson.

Infine, laconica, la “sentenza” definitiva calata, come fosse un asso (di picche, ovviamente…) da chi proprio non ti aspetteresti, ovvero Lemmy Kilminster, indimenticato bassista degli Hawkwind e fondatore dei Motörhead, insomma uno che il rock lo ha vissuto, al massimo, per tutta la vita: “One of my favourite bands is ABBA”… game, set, match.

Ma riavvolgiamo il nastro, perché vale la pena di capire una vicenda artistica sulla quale sono state scritte paginate di commenti e di valutazioni.

La musica dance, in prima istanza, arriva dagli Stati Uniti: funk, r’n’b, soul sono stati i catalizzatori che hanno innescato una miscela esplosiva che, deflagrata già negli anni ’70, nel tempo muterà pelle, assorbendo elettronica, tecno, trance, rap, hip hop, trap.

L’Europa, all’inizio, abbozza, incassa, ma nulla può di fronte ad un’ondata ritmica che fa ballare tutti, nessuno escluso, compresi quegli integralisti che, magari di nascosto, e per non minare pubblicamente il proprio rigore, un’ascoltata a quei pezzi, allegri e disimpegnati, la davano comunque.

La via europea alla musica dance arriva da dove proprio non ce lo si aspetta, ovvero dai paesi nordici i quali, secondo gli stereotipi più consolidati, dovrebbero essere l’antitesi, se vogliamo, di questo disimpegno festaiolo.

Tutto ha inizio nel momento in cui, quattro artisti svedesi, decidono di unire le forze, utilizzando le iniziali dei propri nomi e creando un acronimo che diverrà leggenda, quattro musicisti che arrivavano però da ambiti musicali decisamente differenti: Björn Kristian Ulvaeus proveniva dagli Hootenanny Singers, un gruppo folk-pop di musica tradizionale svedese; Göran Bror Benny Andersson, invece, partito dal folk, era poi diventato il tastierista del gruppo rock Hep Stars; Agnetha Fältskog aveva già avviato una importante carriera come solista ed infine Anni-Frid Lyngstad, svedese di origine norvegese, era una cantante jazz che aveva formato, giovanissima, il suo primo gruppo musicale, The Anni-Frid Four.

Dal 1970 al 1973, gli ABBA iniziano a produrre musica, sostanzialmente pop, centrando alcuni singoli interessanti, quali People Need Love e la successiva Ring Ring, che darà anche il nome al loro primo album, e che presenteranno all’Eurovision Song Contest del 1973, senza grossi riscontri; ma, l’appuntamento con la storia, è solo rimandato, perchè l’anno successivo la band si ripresenta, a Brighton, abbigliata in abiti ottocenteschi, con il brano Waterloo, che non è più folk, non è ancora propriamente dance, ma ottiene un successo clamoroso: il singolo schizza in testa alle classifiche di mezzo mondo e l’album omonimo, da cui vengono estratti altri due singoli, Honey, Honey ed Hasta Mañana, li catapulta nel gotha musicale mondiale: l’Europa ha, finalmente, la band pop che riesce a giocarsela, ad armi pari, con la dance statunitense.

Da quel momento in poi, l’ascesa è rapida, per non dire vertiginosa: armonie vocali curatissime, armonizzazioni precise, arrangiamenti elaborati sin nei minimi dettagli, testi semplici ma che, uniti a melodie dalla presa immediata, fanno centro presso un’audience vasta quanto variegata; ai tre singoli già citati fanno seguito una serie impressionante di successi: Mamma Mia (che avrà una storia, anche cinematografica, lunghissima, durata sino ai nostri giorni…), S.O.S., I Do, I Do, I Do, I Do, I Do, Rock Me trascinano l’album omonimo, uscito nel 1975, verso vendite colossali, ma è solo l’inizio perché, nello stesso anno, e dopo soli due album all’attivo, esce un Greatest Hits, il primo, che sbanca le classifiche di mezzo mondo.

Il successo, a questo punto, diventa inarrestabile: Arrival, pubblicato nel 1976, e trainato da brani come Dancing Queen, Knowing Me, Knowing You, Money, Money, Money e Fernando va ancora oltre, e le vendite si attestano sui milioni di copie, mentre il mondo balla la musica degli ABBA, ormai entrati a pieno titolo nella storia della musica, non solo dance ed il successivo The Album non è da meno, regalando ai fans Eagle, Take a Chance on Me, The Name of the Game e Thank You For The Music.

Dopo soli due anni, ecco arrivare Voulez-Vous (400.000 copie vendute, solamente in UK, nella prima settimana dopo l’uscita), altro successo planetario, contenente altri futuri “classici” come la title track, Does Your Mother Know, Angeleyes, Chiquitita, I Have a Dream e Gimme, Gimme, Gimme (A Man After Midnight).

Canzoni che “arrivano”, abiti che a volte (diciamo spesso…) scivolano nel kitsch, ma un’attitudine impressionante allo show: gli Abba sono ormai un’industria musicale che fattura cifre da capogiro, ed è esattamente a questo punto che si inserisce la produzione di Live at Wembley Arena l’album dal vivo registrato dalla band il 10 Novembre del 1979 nella leggendaria sala da concerti londinese, un album doppio che contiene una sorta di greatest hits della prima parte della loro carriera, venticinque brani eseguiti in maniera impeccabile, anche perché il quartetto svedese, sia in studio che dal vivo, si è sempre avvalso di musicisti notevoli, entrati perfettamente in sintonia con il loro modo di lavorare e capaci di interpretare i brani in maniera congrua con le aspettative della band.

Il fascino delle due cantanti, le loro voci, una musica che, al netto del fatto di essere sempre stata studiata nei minimi dettagli, ha sempre avuto una presa immediata, diretta e che, malgrado le critiche che l’accompagnavano, ha viaggiato come uno schiacciasassi segnando indelebilmente, come già detto, la via europea al pop ed alla dance.

Folla in delirio a Wembley, ovviamente, all’epoca, ma anche vendite notevoli, molto tempo dopo, per un album doppio che è stato pubblicato curiosamente soltanto il 29 Settembre del 2014, ben trentacinque anni dopo la sua registrazione.

Ad oggi gli ABBA che, ricordiamolo, hanno interrotto la loro attività come band nel 1981, hanno venduto (e continuano a vendere…) qualcosa come oltre 400 milioni di dischi, hanno aperto un museo a Stoccolma, sono diventati una band di culto, non solo in Svezia, dove sono di fatto dei monumenti viventi; una loro eventuale reunion, che si potrebbe concretizzare, forse, in un futuro prossimo (qualcosa insieme, in studio, l’hanno già fatto…), sarebbe certamente un evento planetario e questo perché, nonostante il fatto che siano stati criticati, da sempre, sono entrati nel cuore di milioni di ascoltatori, comunicando allegria, spensieratezza, voglia di vivere, insomma un atteggiamento che ha messo d’accordo differenti generazioni e differenti fruitori di musica.

La loro (apparente) semplicità ha fatto breccia presso un pubblico vastissimo, al netto di chi non è mai riuscito a digerirli, ed i numeri sono, ovviamente a loro favore, assolutamente chiari ed incontestabili

Vuoi vedere che, forse forse, il buon vecchio Lemmy ci aveva visto giusto…

(Polar Music/Universal Music, 2014)

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